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Atti in frode ai creditori e procedura di liquidazione del patrimonio del sovraindebitato

L’art. 14-quinquies della legge n. 3/2012, al primo comma, condiziona l’emissione del decreto di apertura della liquidazione del patrimonio del sovraindebitato alla verifica giudiziale inerente all’assenza di atti in frode ai creditori nei cinque anni antecedenti alla presentazione della domanda.

L’assenza di atti in frode nel quinquennio va accertata altresì, ai sensi dell’art. 14-terdecies, comma due, lett. b), per riconoscere al debitore sovraindebitato, al termine della liquidazione del suo patrimonio, il beneficio dell’esdebitazione.

 

Sfugge la ragione della reiterazione della previsione normativa, dal momento che non vi sarebbe alcun motivo di condizionare il riconoscimento dell’esdebitazione all’accertamento di un requisito che sia già stato valutato dal giudice al momento dell’emissione del decreto di apertura della procedura di liquidazione del patrimonio.

Il principio lascia quindi perplessi, pur se coerente con la scelta del legislatore di ancorare l’accesso alle procedure da sovraindebitamento a requisiti di natura etica e, nello specifico caso della liquidazione del patrimonio, con la necessità (ulteriore) che la domanda del debitore sia accompagnata da una relazione dell’OCC relativa alle cause dell’indebitamento, alla diligenza del debitore nell’assumere obbligazioni, alle ragioni del sovraindebitamento, al resoconto della solvibilità del ricorrente negli ultimi cinque anni ed all’eventuale esistenza di atti impugnati dai creditori.

Potrebbe al contrario rilevarsi come non esista alcuna plausibile ragione per escludere il debitore che abbia posto in essere atti fraudolenti, o che sia stato negligente nell’assunzione delle obbligazioni, dal diritto di chiedere di liquidare il proprio patrimonio secondo le regole del concorso, posto che tale soluzione altro non è che una declinazione del principio della garanzia patrimoniale di cui all’art. 2740 c.c., principio posto a tutela dei creditori e non certo del debitore.

Quest’ultimo, peraltro, con la domanda di apertura della procedura prevista dagli artt. 14-ter e segg. l. n. 3/2012 e succ. modifiche, non chiede il riconoscimento di alcun beneficio esdebitativo, che resta del tutto eventuale, perché condizionato, esso sì giustamente, alla verifica inerente all’esistenza dei presupposti procedimentali e sostanziali previsti dall’art. 14-terdecies, e tra questi, appunto, la carenza di atti in frode. 

Va inoltre considerato che la differenza della liquidazione del patrimonio con le altre due procedure di composizione della crisi da sovraindebitamento è netta: le domande di omologazione del piano del consumatore e dell’accordo di composizione della crisi da sovraindebitamento perseguono fisiologicamente l’obiettivo della liberazione dei debiti residui nei confronti dei creditori concorsuali, in quanto procedure in diversa misura riconducibili al modello concordatario, in cui al decreto di omologazione è immanente l’effetto dell’esdebitazione.

Ne consegue che il piano del consumatore e l’accordo di composizione della crisi sono giustificatamente condizionati, il primo all’accertamento di requisiti di natura etica, quali l’assenza di atti in frode ai creditori e di colpa nell’assunzione delle obbligazioni che abbiano determinato il sovraindebitamento, il secondo a requisiti che certifichino, più genericamente, la correttezza del debitore, quali l’aver fornito documentazione che consenta la ricostruzione della posizione economica e patrimoniale e l’individuazione di eventuali atti dispositivi del patrimonio negli ultimi cinque anni.

Se il debitore che propone l’accordo svolge attività d’impresa, poi, è previsto che sia tenuto a depositare le scritture contabili degli ultimi tre esercizi, unitamente ad una dichiarazione che ne attesti la conformità all’originale.

Altrettanto non può invece dirsi per la procedura della liquidazione del patrimonio, che di per sé persegue unicamente l’obiettivo della cessione integrale dei beni del debitore alla massa dei creditori concorsuali, senza riconoscere alcun sostanziale beneficio al debitore, se non nel caso in cui a quest’ultimo venga concessa l’esdebitazione.  

Ma in ogni caso, poiché quanto considerato urta con una previsione letterale che non pare possibile disattendere, è necessario cercare una ragione nella norma di cui all’art. 14-quinquies, primo comma, che finisce per limitare il novero dei soggetti che possono in concreto fruire della procedura di liquidazione del patrimonio, con un criterio selettivo che rimanda alla nozione della meritevolezza.

Una prima ipotesi interpretativa valorizza il fatto che il complesso dei beni non compresi nella liquidazione (art. 14-ter, comma sesto) sarebbe più ampio di quello escluso dalla pignorabilità e quindi dall’assoggettamento alla procedura di esecuzione forzata individuale, per evidenziare come la liquidazione del patrimonio sia una procedura comunque permeata dal riconoscimento di un favor per il sovraindebitato, favor che avrebbe ragion d’essere soltanto in presenza, appunto, di determinati requisiti etici.

Un’ipotesi interpretativa alternativa muove dalla considerazione che l’art. 14-decies riserva al liquidatore nominato dal giudice la legittimazione ad agire in giudizio in luogo del debitore nelle sole cause recuperatorie, o restitutorie e di rivendicazione, in cui la sostituzione processuale del liquidatore al debitore discenda dallo spossessamento di quest’ultimo.

Tra queste cause non è compresa quella revocatoria prevista dagli artt. 2901 ss. c.c., né esiste nella legge n. 3/2012 una norma equivalente a quella di cui all’art. 66 l.fall., che conferisce al curatore fallimentare la legittimazione a proseguire o iniziare in luogo dei creditori concorsuali una causa revocatoria ordinaria.

 

Ma se quindi il liquidatore non ha la possibilità di chiedere l’inefficacia, nei confronti della massa dei creditori, di eventuali atti dispositivi posti in essere dal debitore con effetti fraudolenti, o comunque riduttivi della garanzia patrimoniale dei creditori, ne consegue che in tali casi la legittimazione ad agire permarrà in capo ai creditori, singolarmente considerati, il che finisce con l’intaccare il principio della par condicio e con il rendere quindi inopportuna l’apertura di una procedura concorsuale, quale la liquidazione del patrimonio del sovraindebitato certamente è.

Ma tali argomenti non eliminano sino in fondo la distonia di un sistema che non si limita a prevedere che l’assenza di atti in frode ai creditori negli ultimi cinque anni sia causa ostativa alla concessione dell’esdebitazione, ma prevede tale requisito anche come condizione di ammissibilità della domanda di apertura del procedimento di liquidazione, condizione che, va ripetuto, pare mal conciliarsi con la natura meramente liquidatoria e concorsuale della procedura.

E’ certamente vero che, proprio per quanto appena considerato, ove mai intervenisse una modifica normativa intesa ad espungere la causa di inammissibilità della domanda di liquidazione integrata dall’esistenza di atti in frode ai creditori nel quinquiennio, sarebbe auspicabile un’estensione della legittimazione processuale del liquidatore alle azioni intese a far dichiarare inefficaci gli atti compiuti dal debitore in pregiudizio dei creditori, secondo le norme del codice civile.

In tal modo verrebbe introdotta una norma analoga a quella inserita nell’art. 66 l. fall. e resterebbe esclusa la possibilità che l’iniziativa revocatoria del singolo creditore danneggiato possa intaccare la natura concorsuale della procedura della liquidazione del patrimonio prevista dalla legge n. 3/2012.

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