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Concordato con cessione dei beni dopo la l. n. 132/15: riflessioni sulla proposta fondata su stime

25 Novembre 2015 | Concordato con cessione dei beni

La riforma del diritto fallimentare introdotta dalla L. 6/8/2015 n. 132, di conversione del D.L. n. 83 del 27.6.2015 pone agli interpreti alcune tematiche di difficile approccio pratico.
Una di queste sta nell’attuale valutazione del concordato preventivo con cessione dei beni previsto dall’art. 160 l.fall. e in particolare nella nuova indicazione dell’ultimo comma che testualmente recita: “In ogni caso la proposta di concordato deve assicurare il pagamento di almeno il 20% dell’ammontare dei crediti chirografari. La disposizione di cui al presente comma non si applica al concordato con continuità aziendale di cui all’art. 186-bis”.
L’art. 160 l.fall., prevede, sub a) del primo comma, che la ristrutturazione dei debiti e la soddisfazione dei crediti trovi esecuzione, tra le altre possibili forme e modalità del concordato preventivo, anche mediante cessione dei beni.
Il quarto comma della stessa disposizione precisa poi che “in ogni caso” – e quindi anche quando sia stata offerta la cessione dei beni – “la proposta di concordato deve assicurare il pagamento di almeno il 20% dell’ammontare dei crediti chirografari”. La norma non trova applicazione nell’ipotesi di concordato con continuità aziendale.
E a questo punto l’interprete non può non domandarsi quale sarà la sorte del concordato se i creditori dovessero ricevere una percentuale inferiore a quella minima come sopra prevista dalla legge. Anche e soprattutto perché la riforma ha rimosso la disposizione del vecchio testo dell’art. 186 l. fall., a mente del quale il concordato non si risolveva se i creditori chirografari avessero ricevuto una percentuale inferiore a quella minima prevista dalla legge (allora, il 40%).
Il problema merita d’essere approfondito perché, prima dell’ultimo intervento del legislatore, in assenza di un limite minimo di legge per il loro soddisfacimento, i creditori chirografari restavano di regola ingiustamente quanto immotivatamente penalizzati, col ricevere percentuali assolutamente insignificanti, pur dovendosi comunque ritenere eseguito il concordato. Risultato che non sembrava giustificato in modo convincente – come invece  parte della dottrina e la stessa giurisprudenza del Supremo Collegio mostravano di ritenere – dallo spostamento del rischio di liquidazione dal debitore al ceto creditorio, che l’avrebbe implicitamente accettato approvando la proposta di concordato che prevedeva la cessione dei beni.
Occorre quindi interrogarsi sul significato e la portata del termine “assicurare” adottato dal legislatore. E la risposta non può ricavarsi che dalla lettura sistematica del testo di legge.
Orbene, allo stato del diritto positivo – e cioè in considerazione del fatto che il legislatore ha  ritenuto di dover porre una soglia minima di soddisfacimento dei creditori chirografari, senza prevedere, come per il passato, alcuna eccezione per il suo mancato raggiungimento – non può non ritenersi, ad avviso di chi scrive, che il legislatore abbia voluto porre fine alla pregressa situazione di incertezza giuridica, sottraendo a esiti ondivaghi la sorte  dei creditori chirografari e modificando anche una situazione troppo sbilanciata in favore del debitore.
Pertanto, il termine “assicurare” adottato dal legislatore non può essere interpretato che nel suo significato letterale e cogente, nel senso che esprime la giuridica necessità di corrispondere ai creditori chirografari almeno la percentuale minima prevista, che rappresenta il limite di soddisfacimento invalicabile per la sopravvivenza del concordato.
Potrebbe essere obiettato che, così opinando, si finirebbe per espungere praticamente dall’ordinamento giuridico il concordato preventivo con cessione dei beni, che resterebbe di fatto trasformato in concordato garantito. Ma a un esame più approfondito, l’osservazione non coglie nel segno. Anzitutto perché la portata generale della norma coinvolgerebbe nella critica qualsiasi forma di concordato preventivo, lasciando sopravvivere solo quello garantito. E ciò sarebbe già di per sé irragionevole. Ma soprattutto per le caratteristiche strutturali e funzionali dell’istituto del concordato preventivo con cessione dei beni.
Non può infatti essere posto in dubbio che la previsione di un limite minimo per il soddisfacimento dei creditori chirografari lascia tuttavia salva la caratteristica funzionale del concordato preventivo con cessione dei beni, nel senso che il fabbisogno finanziario per il soddisfacimento dei creditori dovrà pur sempre scaturire dal ricavato della liquidazione dei beni offerti in cessione dal debitore; offerta ai creditori che si fonderà su stima dei beni ceduti che oggi può essere supportata – quanto a corrette metodiche di valutazione – dai Principi Italiani di valutazione emanati dal OIV con decorrenza 1/1/2016.
I principi italiani di valutazione, si ritiene, costituiranno la direttrice attraverso la quale  pervenire a valutazioni omogenee spesso non presenti nell’ambito della procedura di concordato preventivo a causa di differenti impulsi valutativi tra quelli posti rispettivamente a base del piano concordatario e a base delle linee di condotta del perito nominato in sede giudiziale.
Solo che ora – ius novum per il concordato preventivo con cessione dei beni – se il ricavato della liquidazione non avrà consentito di disporre del fabbisogno finanziario necessario per corrispondere ai creditori chirografari la percentuale promessa, a partire da quella minima di legge (20%), il concordato potrà essere dichiarato risolto ai sensi dell’art. 186, su iniziativa dei creditori, nel caso in cui l’inadempimento sia di non “scarsa importanza”.
Si ricorda che le novità in tema concordato preventivo si applicano ai procedimenti introdotti successivamente all’entrata in vigore della legge di conversione del D.L. 83/2015 avvenuta in data 21 agosto 2015.

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