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Emergenza sanitaria sull'asse Lecco-Milano-Piacenza: un viaggio veloce nell'incertezza giurisprudenziale e nell'imprevedibilità delle decisioni giudiziarie

Tra i primi provvedimenti adottati dal legislatore per affrontare l'emergenza sanitaria, sicuramente uno dei più rimarchevoli è rappresentato dalla “improcedibilità” delle istanze di fallimento depositate tra il 9 marzo ed il 30 giugno 2020.

La norma (contenuta nel Decreto Liquidità) è molto chiara: essa si estende a qualunque istanza di fallimento introduttiva del procedimento di cui all'art. 15 L. Fall. (e quindi anche a quelle presentate “in proprio” dall'imprenditore insolvente), fatta eccezione soltanto per quelle depositate dal Pubblico ministero, ma solo a condizione che ad esse si accompagnino esigenze cautelari indifferibili.

La Relazione di accompagnamento al provvedimento normativo di urgenza ribadisce l'ampiezza massima della regola di improcedibilità e chiarisce le ragioni per cui essa debba intendersi estesa anche alle istanze depositate in proprio.

Il rationale sotteso alla norma è palese (il che non significa che debba anche essere condivisibile): in una situazione di emergenza estrema, nella quale il sistema pubblico si è fatto carico anche del pagamento dei costi relativi ai lavoratori subordinati (avendo sostanzialmente “chiuso” la maggior parte delle imprese operative) viene introdotta una regola generale temporanea di “non fallibilità”, anche riguardo ad imprenditori già insolventi.

È una regola di sistema, che mira ad evitare congestione nei tribunali, in un momento di estrema incertezza su tutti i fronti (ma anche in funzione prospettica) e che vuole chiarire - ciò appare fondamentale - l'intendimento del legislatore di introdurre una sospensione anche delle norme di responsabilità da aggravamento del passivo (sul fronte civilistico) e da bancarotta semplice (sul fronte penalistico).

Non pare casuale, peraltro, che si sia optato per l'improcedibilità, a voler rimarcare che l'intento del legislatore fosse quello di provocare un provvedimento immediato di arresto dei procedimenti prefallimentari (anche di quelli già radicati) e non un differimento degli stessi ad epoca “post emergenza”.

La regola, chiara, non è stata condivisa da molti (il che è perfettamente legittimo), per cui è fiorito un dibattito ricco sulla opportunità di essa.

Cosa accade sul fronte giurisprudenziale, certamente il più delicato, perché destinato ad incidere con maggiore efficacia sulla realtà? Accade che, pur di fronte ad una regola univoca, le applicazioni sono le più disparate e lo sono sulla base non già della mancanza di chiarezza della norma, bensì alla stregua di una non condivisione della stessa.

A tutti gli operatori professionali sarà capitato, nel corso di questi due mesi, di trovarsi di fronte a fattispecie sull'argomento: credo sia importante annotare qualche esperienza, per rendersi conto del fatto che forse non tutti i mali stanno nelle regole.

Questa l'esperienza personale, diretta o indiretta:

-     Lecco: istanza di fallimento depositata il 9 marzo, il tribunale decide di non pronunciare l'improcedibilità, ma di  differirne la trattazione ad un momento successivo alla cessazione del regime di improcedibilità. Dunque, disapplicazione della regola normativa e prospettiva di accumulazione a data successiva al 30 giugno di tutte le istanze di fallimento che saranno pervenute nel periodo di emergenza;

-     Milano: istanza di fallimento depositata il 9 marzo, pronuncia immediata di improcedibilità, in rigorosa applicazione della regola normativa;

-     Piacenza: istanza di fallimento in proprio, accolta, perché un mancato riferimento all'art. 14 l. Fall. (che, però non disciplina il procedimento) potrebbe anche far intendere che le istanze in proprio non siano comprese nella regola di improcedibilità, a dispetto del chiaro tenore della norma e della portata della relazione di accompagnamento che, pur, non sancisce norme vincolanti.

 

Una considerazione ed una riflessione.

Considerazione: tra Lecco e Piacenza intercorrono 120 chilometri e si registrano (tra quelle note a chi scrive, ma sicuramente ve ne sono molte altre) tre distinte - tra loro incompatibili - linee di pensiero.

Riflessione: visto che fra Vipiteno (in Alto Adige) e Capo Passero (in Sicilia) intercorrono 1600 chilometri, una semplice proporzione rende palese che si potrebbero affermare poco meno di quaranta applicazioni diverse della norma (chiara): il che, per un Paese che conta ventuno regioni, non è poca cosa.

L'indipendenza della magistratura (intesa non solo come indipendenza dell'Ordine giudiziario dagli altri poteri, ma anche come libertà decisionale del singolo giudice) è sicuramente lo strumento essenziale di garanzia della democrazia, da preservare a tutti i costi.

Se però essa viene intesa come potere di disapplicazione di regole che, pur chiare, non trovano d'accordo il singolo giudice, diventa l'anticamera dell'anarchia giurisprudenziale e dell'incertezza più assoluta nell'applicazione del diritto.

A tutto danno del cittadino che viene posto di fronte all'assoluta imprevedibilità delle decisioni giudiziarie e, in fin dei conti, a danno proprio di quella democrazia che l'indipendenza stessa vuol tutelare.

Soprattutto nei momenti di grave crisi c'è bisogno di (sia pure poche) certezze: se un giudice ritiene che una norma sia contraria alla Carta costituzionale ha gli strumenti per provocarne la dichiarazione di illegittimità, la sua autonomia di giudizio invece non gli consentirebbe di disapplicare una norma chiara nella sua portata.

 

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