Blog

Gli effetti della rinuncia al concordato sul potere del P.M. di richiedere il fallimento

Il procedimento di revoca del concordato preventivo trova la sua disciplina nel primo e secondo comma dell’art. 173 l.fall., applicabili (perlomeno il secondo comma), quanto agli aspetti procedurali, anche alle ipotesi di revoca previste dal comma 3.

 

Analogamente dispone l’art. 161 per il caso di concordato con riserva.

 

In entrambi i casi la legge delinea un procedimento unitario, suddiviso in due fasi: una prima, necessaria, che ha ad oggetto la verifica da parte del tribunale della ricorrenza dei presupposti per la revoca del concordato e che si conclude con un decreto avente ad oggetto o la declaratoria del non luogo a procedere o la revoca; una seconda fase che presuppone la revoca e che perciò è successiva ed eventuale, si instaura su impulso dei creditori o del p.m. e, ove ricorrano le condizioni previste dagli artt. 1 e 5 l.fall., si chiude con la pronuncia, necessariamente contestuale, della sentenza dichiarativa di fallimento.

 

A questo fine l’art. 173 attribuisce al p.m. una legittimazione aggiuntiva rispetto a quella prevista dall'art. 7, non diversamente da ciò che accade nei casi disciplinati dagli artt. 162 e 179 l.fall., coerentemente con la pregnanza del ruolo che in generale gli è stata attribuita nel procedimento di concordato. Basti solo pensare all'art. 165 l.fall. che impone al commissario giudiziale di comunicargli senza ritardo i fatti che possono interessare ai fini delle indagini in sede penale e dei quali è venuto a conoscenza nello svolgimento delle sue funzioni ed all’art. 161, ai sensi del quale “la domanda di concordato è comunicata al pubblico ministero ed è pubblicata, a cura del cancelliere, nel registro delle imprese entro il giorno successivo al deposito in cancelleria” ed “è trasmessa altresì copia degli atti e documenti depositati a norma del secondo e del terzo comma, nonchè copia della relazione del commissario giudiziale prevista dall'articolo 172”.

 

Fatte tali premesse, è possibile affrontare il tema degli effetti della rinuncia alla domanda di concordato intervenuta nel corso del procedimento di revoca.

La giurisprudenza prevalente sembra essere orientata nel senso di ritenere sempre possibile al debitore proponente rinunciare alla domanda di concordato e far così cessare il relativo procedimento.

Già tale affermazione, nella sua assolutezza, desta qualche perplessità.

 

Infatti, la rinuncia alla domanda presuppone che, in alternativa, il procedimento possa proseguire proficuamente e raggiungere il suo scopo. Si pensi, invece, all'ipotesi in cui il debitore non abbia versato il fondo spese o alla mancata approvazione della proposta da parte dei creditori. Il procedimento, in questi casi, non potrebbe in nessun caso proseguire e l'udienza fissata ai sensi dell'art. 162 o 179 serve unicamente per constatare la verificazione di un evento che determina di per sé l'arresto della procedura. In questi casi, dunque, la rinuncia dovrebbe ritenersi priva di effetti.

E’ dubbio anche che sia possibile rinunciare alla domanda una volta spirato il termine entro il quale è consentito al debitore modificare la proposta, giacché altrimenti la stessa previsione di un termine sarebbe priva di senso.

Anche la formulazione di proposte concorrenti, secondo alcuni, comporterebbe l'inefficacia della rinuncia alla domanda da parte del debitore, al quale sarebbe altrimenti rimessa l'applicabilità in concreto della norma .

Tuttavia,  per tutte le ipotesi in cui la rinuncia possa davvero ritenersi ammissibile (e senza qui affrontare il tema dei suoi effetti sostanziali e della sua incidenza sulla possibilità di riproporre altra domanda di concordato), una  questione particolarmente rilevante è quella dei suoi effetti sui poteri del p.m..

Infatti, in giurisprudenza si è talora affermato che, per effetto della rinuncia alla domanda di concordato – che diversamente dalla rinuncia agli atti del giudizio non richiederebbe l'accettazione delle altre parti e produrrebbe immediatamente i propri effetti -, anche il sub-procedimento di revoca cessa di essere pendente, facendo automaticamente venir meno la legittimazione a chiedere il fallimento della proponente che l'art. 173 attribuisce al p.m. (v. in particolare App. Venezia, 10/12/2014 e App. Milano n. 4133/2015, entrambe in questo portale).

Numerosi tribunali hanno affrontato il problema sostenendo che il carattere abusivo della rinuncia, ove diretta a sottrarsi agli effetti dell'art. 173, come avviene nella quasi totalità dei casi, la renda priva di effetti.

Sembra esservi tuttavia anche un’altra strada, basata su una lettura sistematica delle norme che disciplinano il concordato preventivo.

Innanzitutto, l'art. 173 l.fall. è norma speciale, attraverso la quale il legislatore ha voluto assicurare che, venuta meno la possibilità di una soluzione della crisi dell'impresa alternativa al fallimento, la situazione di insolvenza in cui si trova il debitore concordatario venga comunque affrontata e gestita senza ulteriore indugio. Ciò nell'interesse della massa dei creditori e del mercato, nel quale non dovrebbero poter essere presenti imprenditori insolventi.

Il p.m., proprio in considerazione della natura pubblicistica degli interessi in gioco, è parte necessaria del procedimento di concordato. Egli è titolare di un diritto di azione (in questo senso cfr. Cass. n. 5220/2007) espressamente conferitogli dall'art. 173 l.fall., che ne detta una disciplina autonoma, rispetto a quella dell’art. 7, sia nei presupposti che nelle modalità di esercizio.

 

Ancora, il procedimento disciplinato dall’art. 173 l.fall. è, come si è detto, un contenitore unitario di due sub-procedimenti, diversi quanto a presupposti, oggetto, parti e forma del provvedimento conclusivo, la cui struttura è perfettamente sovrapponibile ai procedimenti previsti dagli artt. 162, 163 comma 3, 179, 180 l.fall., sicché si può certamente affermare che il legislatore, per tutti i casi di arresto precoce della procedura ed in presenza di uno stato di insolvenza, ha voluto che il tribunale possa pronunciare senza soluzione di continuità il fallimento del debitore.

Pare allora di poter sostenere che la specialità della norma, la sua ratio, il chiaro intento del legislatore di non lasciare che la gestione dell'insolvenza dell'impresa resti affidata solo alla volontà del debitore, il quale potrebbe avere l'interesse a procrastinare il più possibile il suo fallimento, giustifichino una ricostruzione diversa degli effetti della rinuncia.

 

Il proponente  può certamente rinunciare alla domanda di concordato e con essa a coltivare una soluzione negoziale della crisi, facendo così venir meno la necessità di pronunciare sulla revoca, ma non è nella sua disponibilità, di soggetto passivo della domanda, privare il p.m. del suo diritto d'azione, poiché tale diritto ha per presupposto non  la pendenza del procedimento di concordato, ma una situazione di fatto e cioè l'arresto precoce della procedura, che lascia inalterata la situazione di insolvenza che il debitore, con il ricorso e la proposta, aveva inizialmente manifestato di voler governare.

Leggi dopo