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L’abrogazione della CIGS per le procedure concorsuali: tra rischi di disparità di trattamento e inefficienza del punto di equilibrio

L’art. 3 della legge 223/1991 – che dettava i requisiti per l’accesso alla Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria nelle procedure concorsuali – è stato abrogato con effetto dal 1° gennaio 2016.

Come è noto, fino all’agosto del 2012 la norma ha garantito alle sole procedure concorsuali di tipo liquidatorio (fallimento, concordato preventivo con cessione di beni, amministrazione straordinaria, liquidazione coatta amministrativa) che avessero cessato – o non continuato – l’attività, l’accesso al beneficio della CIGS per i propri dipendenti.

La mancanza di qualsivoglia “principio di condizionalità” tanto a carico degli organi della procedura quanto dei singoli lavoratori (non era necessario, per accedere al beneficio, che gli organi delle procedure presentassero un piano finalizzato alla prosecuzione o ripresa dell’attività, mediante cessione o affitto di tutta o parte dell’azienda, e/o che i lavoratori si attivassero alla ricerca di un nuovo lavoro), unita alla strutturale carenza di politiche attive, aveva consentito per lungo tempo un uso sin troppo disinvolto di questo strumento. Esso era così diventato un sussidio distribuito a pioggia, complici la contingenza economica (soprattutto a partire dalla crisi del 2008) e la convenienza politica.

Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, chiamato ad esaminare la sussistenza dei requisiti per l’erogazione del beneficio, aveva del resto spesso piegato il proprio orientamento ad esigenze congiunturali, adottando vere e proprie iniziative di “interpretazione autentica” creativa, che avevano finito col destabilizzare il sistema normativo in cui l’art. 3 si inseriva: pensiamo in particolare alla Circolare 17 marzo 2009, n. 14/4314, con cui il Ministero avallava l’applicazione della CIGS in casi di turnaround, operazioni di ristrutturazione dei debiti e concordati preventivi con finalità liquidatoria, che apparivano del tutto estranei alla previsione normativa. Un’interpretazione a tratti apertamente criticabile, come nel caso in cui si era risposto positivamente al quesito posto da una società in liquidazione che aveva chiesto l’omologazione di un accordo di ristrutturazione dei debiti ai sensi dell’art. 182-bis l.fall., sulla possibilità di veder riconosciuto, a favore dei propri dipendenti, il trattamento di integrazione salariale straordinario per la causale ex art. 3, legge n. 223/91 (sia consentito richiamare A. Corrado, in “Concordato fallimentare. Profili giuridici ed economico-aziendali. Casi”, a cura di C. Bianco, M. Giorgetti, P. Riva, Egea 2013).

Quando la crisi economica si è fatta sentire davvero, tutto ciò è divenuto economicamente insostenibile.

Così, la c.d. Riforma Fornero (legge n. 92/2012), nel giugno 2012, ha disposto che, a partire dal 1° gennaio 2016, l’art. 3 sarebbe stato abrogato.

Pochi mesi dopo, in sede di conversione del decreto legge 83/2012 (avvenuta con legge 134/2012), il legislatore ha stabilito che l’ultima “stagione” della CIGS concorsuale sarebbe stata all’insegna dell’austerity: veniva introdotto a carico delle procedure concorsuali quel principio di condizionalità mancante, per cui l’ammissione al beneficio era subordinata alla sussistenza di “prospettive di continuazione o di ripresa dell'attività' e di salvaguardia, anche parziale, dei livelli di occupazione, da valutare in base a parametri oggettivi definiti con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali” ed individuati con apposito decreto ministeriale (Decreto del Ministero del Lavoro 4 dicembre 2012, n. 70750, attivazione di azioni miranti alla prosecuzione o alla ripresa dell’attività aziendale, manifestazioni di interesse finalizzate a cessioni anche parziali o proposte di affitto di azienda o di suoi rami, trattative finalizzate all’individuazione di soluzioni tese alla continuazione o ripresa dell’attività mediante cessione o affitto di azienda o di suoi rami).

Il capitolo definitivo della vicenda è stato scritto dal decreto legislativo n. 148/15 (recante Disposizioni per il riordino della normativa in materia di ammortizzatori sociali in costanza di rapporto di lavoro, in attuazione della legge delega n. 183/14, il cd. Jobs Act) e dalle circolari n. 24 del 2015 e n. 1 del 2016 con cui il Ministero del lavoro ha chiarito le condizioni per l’accesso alla CIGS da parte delle imprese sottoposte a procedure concorsuali.

Il primo – in linea con il dettato della delega (l’art. 1, comma 2, lett. a, n. 1, legge n. 183/14 aveva infatti indicato l’“impossibilità di autorizzare le integrazioni  salariali  in caso di cessazione definitiva di attività aziendale o di un ramo  di essa”) – ha escluso dai beneficiari della CIGS i soggetti per i quali si sia verificata la “cessazione dell’attività produttiva dell’azienda o di un ramo di essa”, con una sola rilevante eccezione, “qualora all’esito del programma di crisi aziendale, l’impresa cessi l’attività produttiva e sussistano concrete prospettive di rapida cessione dell’azienda e di un conseguente riassorbimento occupazionale”. Per tali casi, il d.lgs. n. 148/15 ha previsto una doppia deroga sia sul versante della spesa (“50 milioni di euro per ciascuno degli anni 2016, 2017 e 2018”), sia su quello della durata massima dell’intervento (dodici, nove e sei mesi per i medesimi anni, aggiuntivi rispetto alla durata di 12 mesi prevista dall’art. 22, comma 2).

Le seconde hanno illustrato che l’accesso alla CIGS per le imprese sottoposte a procedura concorsuale sarà limitato alle sole causali previste dal d.lgs. n. 148/15 (“crisi aziendale, ristrutturazione aziendale, contratto di solidarietà”) limitatamente ai casi di “continuazione dell’esercizio d’impresa”. In particolare, per le imprese che abbiano richiesto la concessione del trattamento di cassa integrazione guadagni straordinaria in forza delle causali d’intervento previste dalla previgente disciplina (contenuta nell’art. 1, legge n. 223/91) o di una delle causali ora previste dal d.lgs. n. 148/15 e che in costanza di fruizione del trattamento richiesto siano sottoposte a procedura concorsuale, la circolare n. 1/16 ha precisato che, al fine di garantire la continuità del sostegno al reddito dei lavoratori, il trattamento potrà essere autorizzato – limitatamente al periodo già richiesto – in favore dei lavoratori dipendenti a condizione che gli organi della procedura si impegnino a proseguire e concludere il programma inizialmente presentato. Tale circolare sembra inoltre specificare che condizione imprescindibile sia la “prosecuzione dell’esercizio d’impresa”.

Se tale interpretazione dovesse trovare conferma, ci si troverebbe di fronte ad un’illogica disparità di trattamento tra i lavoratori dipendenti di una società che abbia cessato l’attività in costanza di un trattamento di CIGS per “crisi aziendale”, i quali si troverebbero a beneficiare di un ulteriore intervento di CIGS laddove sussistano concrete prospettive di rapida cessione dell’azienda e di un conseguente riassorbimento occupazionale, ed i lavoratori di un’impresa che, seppur in costanza di un trattamento di CIGS per “crisi aziendale” e con le medesime prospettive di rapida cessione dell’azienda, sia stata sottoposta a procedura concorsuale senza “prosecuzione dell’esercizio di impresa”.

Più in generale, l’attuale assetto normativo penalizza ingiustificatamente le non rare situazioni in cui l’impresa in crisi fallisca, pur disponendo di un complesso aziendale appetibile sul mercato. In questo caso, infatti, gli organi della procedura si trovano nella difficile situazione di condurre trattative per la cessione dell’azienda (che richiedono nella migliore delle ipotesi 3-4 mesi: tra necessarie procedure di stima, iter autorizzativi, procedure competitive ex art. 107 l. fall., che prevedono un termine non inferiore a 30 giorni tra pubblicità e vendita, ecc.) senza poter contare su alcun ammortizzatore sociale da offrire alla forza lavoro per consentirle di far fronte a questo “interregno”.

Una soluzione, che oltretutto non richiederebbe stravolgimenti del sistema, sarebbe a portata di mano: ripristinare la CIGS concorsuale, nella versione prevista dalla Legge Fornero, magari prevedendo opportune condizioni aggiuntive (ad esempio, richiedendo che le “prospettive di continuazione o di ripresa dell'attività' e di salvaguardia, anche parziale, dei livelli di occupazione siano in qualche modo garantite dalla presenza di un’offerta irrevocabile di acquisto dell’azienda, munita di una adeguata cauzione), ed eventualmente stabilendone ex lege la durata massima di sei mesi, un tempo sufficiente per portare a termine gran parte delle operazioni di cessione di ramo di azienda. La CIGS così goduta, in caso di esito negativo del tentativo di ricollocazione dell’azienda sul mercato, potrebbe essere “defalcata” (come già proposto da Adelio Riva, in un carteggio con Pietro Ichino, al link http://www.pietroichino.it/?p=39581) dalla NASpI, che può avere una durata massima di due anni.

È noto a tutti che il principale difetto della CIGS concorsuale, soprattutto come strutturata prima della Legge Fornero, era quello di non disincentivare, se non addirittura di favorire, la disoccupazione di lunga durata, condizione dalla quale è particolarmente difficile uscire.

Ma tra l’estremo scelto ieri (garantirla a pioggia a tutti, senza porre alcuna condizione), e quello individuato oggi (eliminarla del tutto, per di più con le potenziali disparità viste sopra), esiste probabilmente un giusto mezzo che consentirebbe di contemperare meglio tutti gli interessi in gioco.

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