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Risoluzione del concordato preventivo e sospensione dei termini nel periodo feriale

Secondo una recente pronuncia della Corte di Appello di Milano, “il termine per proporre domanda di risoluzione del concordato preventivo per inadempimento non rientra tra i termini processuali (...) essendo pacificamente un termine di natura sostanziale (...) ciò a prescindere dal fatto che l’esercizio di detto diritto debba avvenire nelle forme del ricorso, vale a dire di un atto di natura processuale”.
Per il vero il criterio di distinzione fra termini processuali e sostanziali non pare così netto, tanto è vero che sovente gli interpreti hanno fatto ricorso alla nozione di “termine sostanziale a rilevanza processuale”, quando la possibilità di agire in giudizio costituisca per il titolare, che deve munirsi di difesa tecnica, l’unico rimedio per far valere il suo diritto (cfr. Cass. n. 6874/1999).
Ciò premesso, giova fare alcune considerazioni muovendo dall’art. 1, comma 1, della legge n. 742 del 1969. La disposizione, nella versione recentemente novellata, prescrive, quale regola generale, che “il decorso dei termini processuali relativi alle giurisdizioni ordinarie ed a quelle amministrative è sospeso di diritto dal 1° agosto al 31 agosto di ciascun anno, e riprende a decorrere dalla fine del periodo di sospensione. Ove il decorso abbia inizio durante il periodo di sospensione, l'inizio stesso è differito alla fine di detto periodo”.
In assenza di disposizioni derogative espresse, l’intera procedura di concordato  preventivo è soggetta alla sospensione feriale. Unica eccezione è costituita dai soli  termini per la proposizione dei reclami, in virtù del nuovo art. 36-bis l.f., il quale espressamente  stabilisce che “Tutti i termini processuali previsti negli articoli 26 e 36  non sono soggetti alla sospensione feriale”.
A suffragio di tali considerazioni, si segnala la sentenza della Corte di Cassazione n.  21596 del 2012, che enuncia l’applicazione della sospensione ai termini di deposito delle domande di ammissione al passivo, sia tempestive sia tardive, poiché prive di esplicita deroga. Nello specifico, la Suprema Corte ha precisato che “non v'è ragione per ritenere che l'uno o l'altro termine (od entrambi) non siano soggetti al periodo di sospensione feriale. Siffatta opzione interpretativa non trova giustificazione nel disposto del R.D. n. 12 del 1941, art. 92 sull'ordinamento giudiziario, che, fra i procedimenti trattati durante il periodo feriale, contempla, in materia fallimentare, unicamente le cause relative alla dichiarazione ed alla revoca dei fallimenti, e riceve ulteriore smentita dalla L. Fall., art. 36-bis, introdotto dal D.Lgs. n. 5 del 2006, che, stabilendo che non sono soggetti a sospensione i termini processuali previsti dagli artt. 26 e 36 della legge, consente, in base ad un argomento a contrario, di ritenere invece applicabile la sospensione a tutti gli altri procedimenti”.
Va soggiunta un’altra considerazione. Ai sensi dell’art. 82, comma 3, c.p.c., “salvi i casi in cui la legge dispone altrimenti, davanti al Tribunale e alla Corte di Appello le parti debbono stare in giudizio col ministero di un procuratore legalmente esercente”. In materia fallimentare, la possibilità per la parte di stare in giudizio personalmente è riconosciuta espressamente dall’art. 93 l.fall, il quale consente al creditore di presentare domanda di ammissione al passivo mediante ricorso che può sottoscrivere anche la parte personalmente. Una analoga previsione legislativa manca per la proposizione della domanda di risoluzione del concordato, con l’effetto che sembra valere la regola generale di cui all’art. 82, terzo comma, c.p.c.
Secondo la giurisprudenza che si è espressa in ordine all’introduzione della domanda ex lege Pinto, "fra i termini per i quali la L. 7 ottobre 1969, n. 742, art. 1, prevede la sospensione nel periodo feriale vanno ricompresi non solo i termini inerenti alle fasi successive all'introduzione del processo, ma anche il termine entro il quale il processo stesso deve essere instaurato, allorchè l'azione in giudizio rappresenti, per il titolare del diritto, l'unico rimedio per fare valere il diritto stesso” (Cass. civ. 29.10.2010, n. 22242; conf. Cass. S.U. 22.7.2013, n. 17781).
Pertanto, non persuade l’interpretazione che esclude, nel caso in esame, la sospensione dei termini nel periodo feriale.

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