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Tramonto della CGIS: il silenzio assordante del Legislatore e l'apatia delle forze sociali

Come è noto il d.l. n. 83 del 27 giugno 2015 ha introdotto numerose novità, modificando tra l’altro 17 articoli della legge fallimentare e aggiungendone due nuovi, oltre a modifiche di alcuni articoli del codice civile e del codice di procedura civile.
Nonostante l’ampiezza di questa vera e propria “riforma” non vi è traccia di intervento, neppur minimo, rispetto alle problematiche giuslavoristiche relative alle procedure concorsuali.
Nulla di stupefacente, sol che si consideri la ratio e gli obiettivi che l’intervento riformatore persegue, così come emerso nei primi commenti.
Alcune questioni di rilievo del mondo giuslavoristico che si sono imposte all’attenzione degli operatori e che ancor di più si imporranno con il prossimo anno nuovo, ben avrebbero dovuto essere prese in considerazione: ad esempio sarebbe stata utile una precisazione circa l’applicabilità (o meno) dell’art. 72 l. fall. ai rapporti di lavoro e una nuova regolamentazione circa la possibilità che l’affitto e/o la vendita dell’azienda o di rami della stessa possa già avvenire in pendenza del termine del concordato con riserva e nella fase sino all’omologa di concordato.
La questione più rilevante e urgente – almeno a parere dello scrivente – rimasta priva di risposta anche per quanto è dato sapere circa lo schema di attuazione della legge delega che modificherà le regole della Cassa Integrazione, ormai di imminente emanazione, sulla quale sarebbe stato necessario intervenire, è quella relativa alla Cassa Integrazione Straordinaria (CIGS) sia nel fallimento che nei concordati.
Per quanto riguarda l’istituto della CIGS, al fine di meglio comprendere la situazione che nei prossimi mesi gli interpreti si troveranno ad affrontare, appare utile un breve riassunto dalla disciplina in essere.
L’istituto della cassa integrazione guadagni negli ultimi anni, e in particolare della CIGS concorsuale disciplinata dall’art. 3 L. 23 luglio 1991, n. 223, è stata oggetto di un’accesa discussione parlamentare e sociale durante la fase di gestazione di quella che è poi diventata la c.d. “Legge Fornero” di riforma del mercato del lavoro (L. 28 giugno 2012, n. 92).
Il Governo, per esplicito intervento dell’allora Ministro del Lavoro, aveva più volte affermato la necessità di eliminare l’istituto della CIGS fin dal 2013.
Il confronto con le Parti sociali e la dialettica parlamentare avevano alla fine portato ad un punto di incontro, che ha trovato espressione nel testo dell’art. 2, comma 70, l. n. 92 del 2012, a mente del quale a decorrere dal 1° gennaio 2016, l’articolo 3 della legge 23 luglio 1991, n. 223 è abrogato”.
La Cassa integrazione concorsuale veniva, dunque, fatta salva almeno per altri tre anni, venendo così incontro alle istanze che provenivano soprattutto dalle Parti sociali.
La necessità di spending review ha viceversa portato all’approvazione della L. 7 agosto 2012, n. 134 – di conversione del D.L. 22 giugno 2012, n. 83 (cd. “Decreto Crescita”) – in cui venne inserito l’art. 46-bis rubricato “Modifiche alla legge 28 giugno 2012 n. 92 e misure in materia di accordi di lavoro”.
Il comma 1, lett. h, ha stabilito la modificazione dell’art. 2, comma 70, L. n. 92 del 2012, prevedendo non più solo l’abrogazione della CIGS concorsuale a decorrere dal 1° gennaio 2016, ma anche una modifica sostanziale dei requisiti di accesso.
Prima della modifica introdotta con la sopracitata normativa, l’art. 3 L. 223 del 1991 stabiliva infatti al comma 1 che “il trattamento straordinario di integrazione salariale è concesso, con decreto del Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale, ai lavoratori delle imprese soggette alla disciplina dell’evento straordinario di integrazione salariale, nei casi in cui la dichiarazione di fallimento, di emanazione del provvedimento di liquidazione coatta amministrativa ovvero di sottoposizione all’amministrazione straordinaria, qualora la continuazione dell’attività non sia stata disposta o sia cessata. Il trattamento straordinario di integrazione salariale è altresì concesso nel caso di ammissione al concordato preventivo consistente nella cessione dei beni. In caso di mancata omologazione, il periodo di integrazione salariale fruito dai lavoratori sarà detratto da quello previsto nel caso di dichiarazione di fallimento. Il trattamento viene concesso su domanda del curatore, del liquidatore o del commissario, per un periodo non superiore a dodici mesi”.
Si trattava quindi di un istituto che ha costantemente trovato ampia applicazione nel nostro ordinamento, rappresentando di fatto – pur nelle sue caratteristiche spiccatamente assistenziali – un ausilio che, previa domanda del Curatore, il Ministero concedeva in via automatica per 12 mesi, prevedendosi invece al comma 2 dell’art. 3 L. 223/91 la mera possibilità di una proroga rimessa alla discrezionalità amministrativa del Dicastero del Lavoro a condizione che sussistessero fondate prospettive di continuazione o ripresa dell’attività e di salvaguardia anche parziale, dei livelli di occupazione tramite la cessione, a qualunque titolo, dell’azienda o di sue parti. Sotto questo profilo ben si distingueva la cassa integrazione guadagni straordinaria ex art. 1 L. 223/91, erogata alle imprese con una crisi non irreversibile in caso di ristrutturazione, riorganizzazione e riconversione aziendale, da quella c.d. concorsuale ex art. 3 del medesimo dettato legislativo, in cui l’integrazione veniva autorizzata automaticamente, una volta aperta la procedura concorsuale, a condizione che l’attività produttiva non fosse stata disposta o fosse cessata.
Nel confermare l’abrogazione della CIGS concorsuale dall’anno 2016 la L. 7 agosto 2012, n. 134 – di conversione del D.L. 22 giugno 2012, n. 83 - ha viceversa stabilito all’art. 46-bis, comma 1, lettera h, una modifica sostanziale dei requisiti di accesso alla integrazione straordinaria.
Infatti nella versione attualmente in vigore, nell’art. 3, comma 1, L. 23 luglio 1991, n. 223 è stato sostituito l’inciso “qualora la continuazione dell’attività non sia stata disposta o sia cessata” con ”quando sussistano prospettive di continuazione o di ripresa dell’attività e di salvaguardia, anche parziale, dei livelli di occupazione, da valutare in base a parametri oggettivi definiti con decreto del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali”.
I parametri oggettivi sono stabiliti dagli artt. 2 e 3 del Decreto Ministeriale testualmente si sono concretati:
1) per quanto attiene al quesito della sussistenza di “prospettive di continuazione o di ripresa dell’attività aziendale” previsto nella prima parte dell’art. 3, comma 1, L. 223/91 riformato, in via alternativa:
1a) in misure volte all’attivazione di azioni miranti alla prosecuzione dell’attività aziendale o alla ripresa dell’attività medesima, adottate o da adottare da parte del responsabile della procedura concorsuale;
1b) in manifestazioni di interesse da parte di terzi, anche conseguenti a proposte di cessione, anche parziale, dell’azienda, ovvero a proposte di affitto a terzi dell’azienda o di rami di essa;
1c) in tavoli, in sede governativa o regionale, finalizzati alla individuazione di soluzioni operative tese alla continuazione o alla ripresa dell’attività, anche mediante la cessione, totale o parziale, ovvero l’affitto dell’azienda o di rami di essa;
2) per quanto attiene invece al requisito della “salvaguardia, anche parziale, dei livelli di occupazione (art. 3, comma 1, seconda parte, L. n. 223) si tiene conto, in aggiunta ai parametri oggettivi di cui all’art. 2 appena descritto, in via alternativa dei seguenti ulteriori criteri oggettivi, descritti nel successivo art. 3 del decreto ministeriale:
2a) dei piani volti al distacco dei lavoratori presso imprese terze;
2b) della stipula di contratti a tempo determinato con datori di lavoro terzi;
2c) dei piani di ricollocazione dei soggetti interessati, programmi di riqualificazione delle competenze, di formazione o di politiche attive in favore dei lavoratori, predisposti dai soggetti pubblici, dai Fondi interprofessionali e dalle agenzie per il lavoro di cui agli artt. 4 ss. D. Lgs. n. 276 del 2003.
La prassi di questo biennio ha fatto sì che l’affievolimento voluto dal legislatore con l’interruzione di cui all’art. 46 sia rimasto sostanzialmente privo di effetti concreti.
La non risolta crisi di economia di sistema e la pressione esercitata dalle OO.SS. e dalle comunità locali nonché, nei casi più gravi, anche dal Ministero del Lavoro e dello Sviluppo Economico, hanno fatto in modo che il Curatore - salvo rari casi – abbia quasi automaticamente ritenuto sussistere i presupposti oggettivi per la presentazione di istanza realizzando, di fatto, una prosecuzione del vecchio trattamento normativo.
Profondamente diversa sarà la situazione a partire dal 1° gennaio 2016, quando l’art. 3 verrà soppresso.  
A partire da tale data non sarà più possibile chiedere l’accesso alla CIGS e si verranno a creare situazioni paradossali: stante l’assenza della possibilità di accedere alla CIGS le Curatele dovranno necessariamente procedere all’apertura di una procedura di mobilità e al licenziamento collettivo di tutti gli addetti: si arriverà quindi a vendere le aziende, di proprietà dei fallimenti, previo esperimento delle procedure competitive, senza il capitale umano?
L’applicabilità ai rapporti di lavoro dell’art. 72 (che incomincia ad essere norma applicata dai Tribunali) e la conseguente assenza di retribuzioni spingerà infatti le OO.SS. a firmare accordi di mobilità in tempi stretti, così da consentire l’accesso al trattamento di disoccupazione, e gli effetti non potranno essere che quelli sopra annunciati.
Oppure, in alternativa, non resterà che scommettere sulla possibilità che il mercato offra acquirenti in tempi brevi, lasciando comunque i lavoratori senza retribuzione per tutto il periodo necessario allo svolgimento dell’iter liquidativo.
Un problema si porrà anche per i concordati: l’abrogazione dell’art. 3 farà venire meno l’intervento della CIGS o sarà possibile chiedere l’intervento della CIGS ai sensi dell’art. 1? E in questa opzione, a quali condizioni?
Pare allo scrivente che le problematiche siano invero rilevanti e stupisce, oltre al “silenzio assordante” del legislatore, che il tutto si svolga nella completa apatia della forze sociali: non ancora superato il trauma degli esodati, creato dalla furia riformatrice della cd. riforma “Fornero”, la stessa creerà anche il dramma dei lavoratori licenziati, pur in presenza di aziende cedibili sul mercato?

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