Focus

Il leasing traslativo nel fallimento secondo la giurisprudenza

Sommario

L’art. 72-quater l. fall. e il suo ambito di applicazione: la pendenza del rapporto | Significato dell’espressione: “il credito residuo in linea capitale” | La risoluzione dichiarata ante-fallimento: l’applicazione dell’art. 1526 c.c. | L’equo compenso e il risarcimento del danno | Opponibilità al fallimento delle penali inserite nel contratto di leasing |

L’art. 72-quater l. fall. e il suo ambito di applicazione: la pendenza del rapporto

La Cassazione si è recentemente (e nuovamente) occupata di leasing traslativo nel fallimento decidendo il caso del concedente che ha proposto domanda al passivo per i canoni residui successivi alla data del fallimento oltre al prezzo di opzione.

Con sentenza n. 17577 del 3 settembre 2015 (conforme a Cass.Civ.- Sez.I, 01 marzo 2010, n. 4862) la Suprema Corte ha stabilito che il concedente, in applicazione dell'art. 72-quater l. fall., ha immediatamente diritto solo alla restituzione del bene, oltre ad un’aspettativa di credito eventuale da far valere dopo l’allocazione del bene sul mercato (cessione o nuovo leasing), pari alla differenza tra il credito vantato alla data del fallimento e la minor somma ricavata dalla allocazione del bene (Il principio esposto nella sentenza allarga la sua portata anche alla disciplina del concordato preventivo ove, con la recente novella introdotta dalla L. 132/2015, il legislatore ha introdotto all’art. 169-bis l. fall. una disciplina dello scioglimento del contratto di leasing mutuando il contenuto dei commi 2 e 3 dell’art. 72-quater, l. fall.).

Detto credito non è ammissibile al passivo se non dopo che il bene è stato riallocato (sul punto si veda tuttavia Cass. Civ.- Sez.I, 15 luglio 2011, n. 15701, di cui si darà conto nel prosieguo) e solo a condizione che la vendita o riallocazione del bene non abbia permesso al concedente di rientrare della propria esposizione “in linea capitale”.

 

La sentenza offre l’occasione per gettare uno sguardo sulla casistica che il curatore affronta nella verifica dei crediti derivanti da contratti di leasing. Nella legge fallimentare il rapporto di leasing è disciplinato dall’art 72-quater che riconosce all’impresa concedente il diritto di insinuarsi in misura pari alla differenza tra il valore di vendita del bene e il proprio maggior credito in linea capitale (fatto salvo quanto maturato alla data di fallimento).

Ove il valore di vendita del bene provocasse una plusvalenza rispetto al credito in linea capitale della società di leasing, detta differenza andrebbe stornata a favore del curatore.

L’art 72-quater l. fall., di cui la sentenza si occupa, trova unicamente applicazione ai rapporti pendenti alla data di dichiarazione di fallimento (Cass. Civ.- Sez.III, 29 aprile 2015, n. 8687; conforme Cass.Civ.- Sez.I, 09 febbraio 2016, n. 2538; contra Trib. Padova, 14 aprile 2014 che ritiene la norma estendibile anche al caso di risoluzione ante fallimento del rapporto di leasing); requisito indefettibile è dunque che il contratto fosse in esecuzione al momento della dichiarazione di fallimento e che il curatore abbia optato per il suo scioglimento.

Poiché la misura del credito in linea capitale costituisce il punto di riferimento (oltre al valore di vendita del bene) per valutare l'esistenza di un possibile credito in capo al fallimento o alla società di leasing, sembra necessario, come prima passo, definirne il perimetro.

Significato dell’espressione: “il credito residuo in linea capitale”

La sentenza della Cassazione non dice quale sia il “credito residuo in linea capitale” indicato dalla norma, ma offre uno spunto affermando che il concedente “non può richiedere subito il pagamento dei canoni residui che l’utilizzatore avrebbe dovuto corrispondere nell’ipotesi di normale svolgimento del rapporto di locazione finanziaria, in quanto con la cessazione dell’utilizzazione del bene viene meno l’esigibilità di tale credito”.

In altre parole la Cassazione afferma che il credito attinente i canoni residui (post fallimento) non è esigibile in quanto costituisce il corrispettivo del godimento di un bene cessato con lo scioglimento del contratto (e conseguente restituzione del bene alla concedente).

 

Il credito di canoni scaduti e non pagati (ante fallimento), composto ovviamente dalla quota di capitale ed interessi, è di natura concorsuale, attesa la sua integrale formazione anteriore al fallimento, e, secondo un recente orientamento, deve ritenersi insinuabile anche ante vendita del bene (Cass.Civ.-Sez. I, 15 luglio 2011, n. 15701 afferma che l’ammissione del credito scaduto non è condizionato all’allocazione del bene; sul punto le sentenze Cass.Civ.-Sez. VI, 01 settembre 2015, n. 17377 e Cass.Civ.-Sez. I, 15 luglio 2011, n. 15701 non sembrano perfettamente allineate).

 

Per differenza, l’espressione “credito residuo in linea capitale” deve ritenersi circoscritta al capitale investito per l’acquisto del bene pari alle rate a scadere al netto della quota di interessi (in tal senso anche Trib. Milano, 24 aprile 2012).

Ciò è conforme alla ratio dell’art. 72-quater l. fall., che è di permettere all’impresa di leasing di compensare con il ricavato dalla vendita del bene la (sola) quota capitale investita nell’operazione.

Poiché questo trattamento assegna al creditore un notevole vantaggio rispetto agli altri fornitori, in quanto il suo credito viene nei fatti soddisfatto in via prededuttiva, è conseguente che l’interpretazione del comma 2 dell’art. 72-quater l. fall. debba essere necessariamente restrittiva.

Pertanto, ove l’impresa di leasing faccia valere un credito fondato su rate scadute ante fallimento e canoni a scadere post fallimento, il primo può essere ammesso anche ante-vendita del bene, mentre il secondo, per la quota parte del capitale residuo, dovrà attendere la vendita (o allocazione) del bene restituito al concedente (Cass. Civ.-Sez. I, 01 marzo 2010, n. 4862)  con il seguente distinguo:

I) ove il prezzo di realizzo sia superiore al credito in linea capitale (nel senso sopra indicato) del concedente, questi potrà essere ammesso al passivo unicamente per i crediti concorsuali scaduti ante fallimento, dovendo restituire al curatore la sopravvenienza attiva risultante dalla differenza tra il residuo credito in linea capitale e il valore di realizzo del bene;

II) in caso di risultato negativo derivante dalla differenza tra il capitale residuo e il valore del bene, la società di leasing potrà aggiungere al credito concorsuale (fondato su canoni scaduti) quello relativo alla differenza negativa in linea capitale risultante dalla vendita del bene.

Il credito dei canoni scaduti potrà essere ammesso al lordo di interessi di mora.

 

L’art. 72-quater l. fall. richiama l’art. 72 l. fall., che al comma 4 esclude l’ammissibilità del risarcimento del danno in caso di scioglimento da parte del curatore; il disposto trova applicazione al danno successivo allo scioglimento e non a quello già maturato, con la conseguenza che gli interessi di mora sono applicabili alle rate scadute ante fallimento, mentre non è possibile avanzare alcuna pretesa risarcitoria per il credito da inadempimento conseguente all’opzione di scioglimento operata dal curatore.

La risoluzione dichiarata ante-fallimento: l’applicazione dell’art. 1526 c.c.

Esaminiamo ora il diverso caso in cui il fallimento sopraggiunga dopo la risoluzione del rapporto; la giurisprudenza della Suprema Corte più recente (Cass. Civ.-Sez.III, 29 aprile 2015, n. 8687; Cass.Civ.-Sez.I, 09 febbraio 2016, n. 2538) ha ribadito che non trova applicazione l’art. 72-quater l. fall., poiché il rapporto contrattuale, già sciolto, non può considerarsi “pendente”.

La spiegazione offerta è apparentemente semplice, ma non altrettanto scontata.

Infatti una nutrita giurisprudenza di merito (Trib. Padova, 14 aprile 2014; Trib. Treviso, 06 maggio 2011; Trib. Perugia, 05 giugno 2012; Trib. Vicenza, 18 settembre 2012; Trib. Udine, 10 febbraio 2012) ha sostenuto l’applicabilità della norma in commento anche al caso della risoluzione del contratto ante fallimento sul presupposto che lo scioglimento e la risoluzione siano sostanzialmente figure analoghe, producenti gli stessi effetti, e giustificando l’applicazione dell’art 72-quater l. fall. con la considerazione che non appare logico applicare discipline diverse a situazioni sostanzialmente analoghe.

 

A tale argomento si oppone la Cass.Civ.-Sez.III, 29 aprile 2015, n. 8687 (conforme: Cass. Civ.-Sez.I, 09 febbraio 2106 n. 2538. Nel merito si vedano le articolate pronunce del Trib. Milano, 07 giugno 2012 e Trib. Milano, 12 dicembre 2012) affermando che l’applicazione analogica delle due diverse situazioni giuridiche non è ammissibile, poiché è già presente, nell’art. 1526 c.c., la disciplina specifica della risoluzione della vendita con riserva di proprietà (cui è assimilabile il c.d. leasing traslativo, che si riferisce a beni destinati a conservare alla fine del rapporto un valore ben superiore al prezzo d’opzione finale previsto per l’acquisto, in modo che il canone ha essenzialmente la funzione di anticipazione rateizzata del prezzo del successivo trasferimento dei beni medesimi, Cass.Civ.-Sez.I, 07 febbraio 2001, n. 1715).

Inoltre, lo scioglimento si differenza dalla risoluzione in quanto non presuppone l’inadempimento, ma una scelta del curatore, mentre la seconda è condizionata all’inadempimento dell’utilizzatore.

 

La soluzione deve dunque essere cercata nel solco dell’art. 1526 c.c., che, in caso di risoluzione del leasing traslativo, prevede la restituzione delle reciproche prestazioni salvo equo indennizzo e risarcimento del danno a favore del concedente (per completezza occorre aggiungere che, in caso di risoluzione di leasing c.d. di godimento, la soluzione va cercata nell’art. 1458, comma 1, c.c. che esclude l’effetto retroattivo della risoluzione per le prestazioni già eseguite: Cass.Civ.-Sez.I, 12 luglio 2001, n. 9417; Il leasing di godimento risulta stipulato con funzione di finanziamento rispetto a beni non idonei a conservare un apprezzabile valore residuale alla scadenza del rapporto, Cass.Civ.-Sez.I, 07 febbraio 2001, n. 1715; Cass.Civ.-Sez.III, 14 luglio 2004, n. 13073).

 

La norma è di apparente facile applicazione, in quanto il curatore deve immediatamente restituire il bene, mentre l’impresa di leasing dovrebbe restituire i canoni pagati salvo compensarli con l’equo compenso che determina il giudice.

L’equo compenso e il risarcimento del danno

La giurisprudenza ha determinato l’ambito dell’equo compenso comprendendovi tanto la remunerazione del godimento del bene, quanto il deprezzamento conseguente alla sua obsolescenza e logoramento per l’uso (Cass.Civ.-Sez.I, 23 maggio 2008, n. 13418).

Il risarcimento del danno, escluso il mancato guadagno da parte del concedente, non contemplato dalla norma (Cass.Civ.-Sez.III, 27 settembre 2011, n. 19732; Cass.Civ.-Sez.III, 08 gennaio 2010, n. 73), può derivare da un deterioramento anormale della cosa dovuta all’utilizzatore (Cass.Civ.-Sez.I, 23 maggio 2008, n. 13418).

 

La giurisprudenza ha chiarito che il risarcimento del danno non si presta ad essere commisurato al guadagno atteso, poiché, con l’anticipato recupero del bene e del suo valore, il concedente è di norma in grado di procurarsi, attraverso il reimpiego di quel valore, un proporzionale utile, che deve conseguentemente essere calcolato in detrazione rispetto alla somma che l’utilizzatore stesso avrebbe ancora dovuto corrispondere se il rapporto fosse proseguito (Cass.Civ.-Sez.III, 13 gennaio 2005, n. 574).

Nessuna altra pretesa, dunque, può avanzare il concedente, e ciò soprattutto in termini di canoni scaduti e non scaduti.

 

Calando i principi sul concreto, è di tutta evidenza che se l’inadempimento dell’utilizzatore si è verificato a ridosso del versamento del maxicanone iniziale o dell’esercizio del diritto d’opzione, le prestazioni del concedente e del fallito risulteranno sbilanciate a favore del primo, che, a fronte di un incameramento cospicuo, ha conservato un valore altrettanto elevato legato alla restituzione del bene, favorendo così l’aspettativa del curatore a reclamare una parte di quanto corrisposto in esecuzione del contratto per riportarlo in equilibrio nel rispetto dell’art. 1526 c.c.

Opponibilità al fallimento delle penali inserite nel contratto di leasing

Nelle istanze di ammissione al passivo delle società di leasing si assiste frequentemente (anzi è praticamente la norma) a domande di ammissione di crediti di penali ex art. 1382 c.c. pari ai canoni corrisposti e a quelli ancora da corrispondere compreso il versamento dell’opzione d’acquisto.

In verità l’art. 1526, comma 2, c.c. prevede soltanto che sia convenuto che le rate pagate restino acquisite al venditore a titolo d'indennità, e non anche che sia stabilita a titolo di penale la condanna al pagamento delle rate ancora da riscuotere.

 

Tuttavia la giurisprudenza ha ritenuto che la previsione nel contratto di leasing che obbliga l’utilizzatore inadempiente a riconoscere a titolo di penale il credito pari alla somma delle rate ancora a scadere non sia incompatibile né con l’art. 1526 c.c., né con il fallimento dell’utilizzatore, nel cui passivo dunque sarà ammissibile l’insinuazione della relativa domanda (pari alle rate scadute e a scadere) salvo il potere del giudice di ridurre equitativamente la suddetta penale per riequilibrare la posizione tra le parti, al fine di evitare indebite locupletazioni del concedente in danno della massa dei creditori (Trib. Padova, 02 marzo 2007; Trib. Milano, 25 settembre 2009).

 

La Cassazione si è pronunciata a favore della compatibilità tra l’art. 1526, comma 2, e l’art. 1384 c.c., che prevedono rispettivamente il potere del giudice di ridurre l’indennità convenuta in caso di risoluzione del contratto, per l’inadempimento del compratore e la penale determinata nell’ammontare dei canoni ancora da  pagare.

Le due norme non impongono una rigida correlazione all’entità del danno subito dal creditore, posto che in entrambi i casi non si tratta di risarcire un danno ma, all’opposto, di diminuirne l’entità convenzionalmente stabilita; pertanto la valutazione del giudice va condotta sul piano dell’equilibrio delle prestazioni con riferimento al margine di guadagno che il concedente si riprometteva di trarre dalla esecuzione del contratto (Cass.Civ.-Sez.III, 23 marzo 2001, n. 4208; Cass.Civ.-Sez.III, 17 luglio 2008, n. 19697; Cass.Civ.-Sez.I, 28 giugno 1995, n. 7266).

In conclusione, la clausola penale che predetermina l'ammontare del risarcimento è in sé valida ed opponibile alla massa nel cui passivo può essere fatta valere, salvo il diritto del curatore di richiederne la riduzione ove  sia manifestamente eccessiva avuto riguardo all'interesse che il creditore aveva all'adempimento (Cass.Civ.-Sez.III, 29 marzo 1996, n. 2909; Cass. s.u., 07 gennaio 1993, n. 65).

 

Una sentenza che ha tracciato una rotta interessante in termini di riduzione della penale inserita nel contratto di leasing è quella pronunciata dal Tribunale di Milano in data 7 giugno 2012, che, allo scopo di ridurre l'indennità convenuta tra le parti, ha tenuto conto non solo dell’uso della cosa comprensivo della remunerazione del godimento del bene, del deprezzamento conseguente alla sua incommerciabilità come nuovo e del logoramento per l’uso, ma, data la natura finanziaria del contratto di leasing, anche del costo della risoluzione anticipata, considerando il costo derivante dall’immobilizzazione del capitale impiegato per l’acquisto del bene e, quindi quello del suo reimpiego consistente nel rischio che il capitale rimanga immobilizzato per lungo tempo ovvero reimmesso sul mercato a valori anche inferiori a quelli iniziale.

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