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Azione revocatoria nei confronti della curatela fallimentare: la questione alle Sezioni Unite

25 Giugno 2020 |

Cass. Civ., SS.UU., 24 giugno 2020, n. 12476

Azione revocatoria fallimentare
 

Le Sezioni Unite, con la pronuncia n. 12476 depositata nella giornata di ieri, hanno deciso su una questione di massima di particolare importanza, su impulso dell'ordinanza interlocutoria n. 19881/2019 (su cui si rinvia a precedente news pubblicata su questo portale: Ammissibilità dell'azione revocatoria nei confronti del curatore: parola alle Sezioni Unite).

 

La questione attiene l’ammissibilità o meno dell’azione revocatoria, ordinaria e fallimentare, avanzata nei confronti del fallimento dopo l’apertura del concorso dei creditori.

 

Il caso: Il curatore del fallimento della società Alpha in liquidazione, chiedeva, ai sensi dell'art. 103 l.f., che fosse dichiarata l'inefficacia nei confronti della massa, ex art. 2901 c.c. e 66 l.f., di alcuni atti dispositivi posti in essere dalla società in bonis nei confronti della società Beta della quale pure era sopravvenuto il fallimento, con conseguente restituzione del compendio aziendale che ne aveva costituito oggetto.

Tale fattispecie, ricordiamo, è stata già risolta negativamente dalle SS.UU. con la sentenza n. 30416/2018, ma la soluzione della prima sezione ha sollecitato un ripensamento alla luce di alcune posizioni di segno contrario emerse in dottrina.

 

I Supremi giudici hanno chiarito innanzitutto che oggetto della domanda di revocatoria (ordinaria o fallimentare) non è il bene in sé, ma la reintegrazione della generica garanzia patrimoniale dei creditori mediante assoggettabilità del bene a esecuzione.

Il bene dismesso con l’atto revocando viene in considerazione, rispetto all’interesse dei creditori dell’alienante, soltanto per il suo valore.

Ove l’azione costitutiva non sia stata dai creditori dell’alienante introdotta prima del fallimento dell’acquirente del bene che ne costituisce oggetto, essa non può essere esperita con la finalità di recuperare il bene alienato alla propria esclusiva garanzia patrimoniale, trattandosi di un’azione costitutiva che modifica ex post una situazione giuridica preesistente e non può avere l’effetto di sottrarre il bene all’asse fallimentare cristallizzato al momento della dichiarazione di fallimento; in questo caso i creditori dell’alienante (e per essi il curatore fallimentare ove l’alienante sia fallito) restano tutelati nella garanzia patrimoniale generica dalle regole del concorso, nel senso che possono insinuarsi al passivo del fallimento dell’acquirente per il valore del bene oggetto dell’atto di disposizione astrattamente revocabile, alla condizione che il fatto generatore della pretesa (identificabile nell’atto lesivo della garanzia patrimoniale) sia anteriore alla sentenza di fallimento, demandando al giudice delegato di quel fallimento anche la delibazione della pregiudiziale costitutiva.

 

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