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Crediti "sopravvenienti” da insinuare entro un anno

27 Febbraio 2020 |

Cass. Civ., 17 febbraio 2020, n. 3872

Insinuazione tardiva

L'insinuazione al passivo dei crediti sorti nel corso della procedura fallimentare non è soggetta al termine di decadenza previsto dall'art. 101, commi 1 e ultimo, l.fall.; tale insinuazione, tuttavia, incontra comunque un limite temporale, da individuarsi - in coerenza e armonia con l'intero sistema di insinuazione che è attualmente in essere e sulla scorta dei principi costituzionali di parità di trattamento di cui all'art. 3 Cost. e del diritto di azione in giudizio di cui all'art. 24 Cost. - nel termine di un anno, espressivo dell'attuale sistema in materia, decorrente dal momento in cui si verificano le condizioni di partecipazione al passivo fallimentare.

Così la Corte di Cassazione con sentenza n. 3872/20, depositata il 17 febbraio.

 

Il caso. Equitalia svolgeva domanda di insinuazione tardiva al passivo del fallimento di una s.r.l. facendo valere un credito derivante da una ripetizione di indebito per un versamento non dovuto effettuato erroneamente sul conto della società quando già era stata dichiarata fallita.
La domanda di ammissione al passivo veniva però depositata ben oltre il termine di 12 (o 18) mesi di cui all'art. 101, comma 1, l.fall..
Il Giudice Delegato reputava inammissibile la richiesta dato che non vi era prova della non imputabilità al creditore del ritardo.
In sede di opposizione il Collegio condivideva la decisione del Giudice Delegato e riteneva di applicare al credito sopravvenuto alla procedura concorsuale i principi di cui all'art. 101 l.fall.
Il creditore avrebbe quindi dovuto attivarsi in un termine congruo rispetto alle esigenze difensive e ragionevole rispetto alle esigenze di celerità delle procedure concorsuali.
Nello specifico la domanda era stata presentata nel 2013, mentre il credito si riteneva essere sorto nel 2009: troppo tardi sotto ogni punto di vista.

 

La decisione della Corte. In primo luogo, la Cassazione ribadisce il principio per cui la produzione dello stato passivo e del relativo decreto di esecutività nel giudizio di opposizione ex art. 98 l.fall. non sono soggetti ai termini di preclusione e decadenza di cui all'art. 99 l.fall..

Una diversa conclusione infatti confonderebbe erroneamente le produzioni di documenti ad opera delle parti con gli atti e i provvedimenti attenenti al procedimento.
Questi ultimi sono raccolti nel fascicolo di cui all'art. 90 l.fall. e rimangono nella disponibilità del Giudice Delegato e del Tribunale fallimentare.
In altre parole, non necessitano di produzione ad onere di parte e sfuggono alle preclusioni e decadenze relative essendo parte del fascicolo d'ufficio e liberamente consultabili dal Tribunale fallimentare (in termini analoghi Cass. 3164/2014).

Il tema cruciale affrontato dalla Cassazione nella sentenza in commento attiene invece ai tempi e modalità di insinuazione al passivo di un credito sorto successivamente alla dichiarazione di fallimento.
I Giudici di legittimità ricordano in primo luogo che per tale tipologia di crediti – per così dire “sopravvenienti” - secondo giurisprudenza costante è esclusa l'applicazione del termine decadenziale di 12 (o 18) mesi dal deposito di esecutività dello stato passivo come previsto dall’101 L.F., commi 1 e 4 per le domande “tardive” e per le cosiddette “ultratardive” (così Cass. 16218/2015; Cass. 13461/2019, ecc.).
Nello specifico i due commi in questione così dispongono:

Le domande di ammissione al passivo di un credito, di restituzione o rivendicazione di beni mobili e immobili, trasmesse al curatore oltre il termine di trenta giorni prima dell’udienza fissata per la verifica del passivo e non oltre quello di dodici mesi dal deposito del decreto di esecutività dello stato passivo sono considerate tardive; in caso di particolare complessità della procedura, il tribunale, con la sentenza che dichiara il fallimento, può prorogare quest’ultimo termine fino a diciotto mesi” (art. 101 f.fall. primo comma).
Decorso il termine di cui al primo comma, e comunque fino a quando non siano esaurite tutte le ripartizioni dell’attivo fallimentare, le domande tardive sono ammissibili se l’istante prova che il ritardo è dipeso da causa a lui non imputabile” (art. 101 f.fall. quarto comma).
La scelta di non applicare “meccanicamente” le tempistiche descritte deriva dal fatto che i crediti "nuovi" potrebbero sorgere in qualunque momento della procedura concorsuale, anche oltre la scadenze di cui all'art. 101 l.fall.

Peraltro, se invece i termini non fossero ancora scaduti, ci sarebbe una non tollerabile compressione delle possibilità di difesa del creditore avendo a disposizione tempistiche più brevi rispetto a quelle dei creditori anteriori alla dichiarazione di fallimento.

Ciò solleverebbe dubbi di legittimità costituzionale rispetto al principio di uguaglianza (art. 3 Cost.) e di azione in giudizio (art. 24 Cost.).
Sotto altro profilo la Cassazione spiega che il richiamo all'art. 111-bis l.fall. sui crediti prededucibili è da intendersi riferito solo alle modalità di accertamento dei crediti e non anche ai termini.
Si tratta dunque di coniugare le ragioni di celerità delle procedure concorsuali con i principi costituzionali sopra richiamati per garantire efficace tutela e possibilità di insinuazione anche al creditore sopravvenuto.

Per risolvere la questione i Supremi Giudici citano un precedente del 2015 (Cass. 19679/2015) in cui era stato valutato eccessivo, in assenza di adeguata motivazione, un intervallo temporale di quasi due anni tra l'insorgenza del credito e la data dell'insinuazione del medesimo.
Recentemente il criterio è stato "affinato" e la Cassazione ha ritenuto di "portare i crediti sopravvenuti a una posizione adeguatamente accostabile a quella degli altri creditori" stabilendo "pertanto un termine annuale per la presentazione delle relative domande" decorrente dal momento in cui si verificano le condizioni per insinuare il credito al passivo fallimentare (Cass. 18544/2019).
Tale principio viene ribadito e applicato nella sentenza in commento.

In buona sostanza viene quindi richiamato il termine di 12 mesi di cui all’art. 101, comma 1, l.fall., ma esso, per i crediti sorti dopo la dichiarazione di fallimento, viene fatto decorrere non dal deposito del decreto di esecutività dello stato passivo, bensì dal momento in cui sorgono le condizioni effettive per poter insinuare al passivo il credito “sopravvenuto”.
Di fatto è come se il creditore venisse “rimesso in termini”, ma dovrà aver cura di insinuarsi entro un anno dal sorgere del suo credito.
Nel caso di specie Equitalia aveva richiesto l’ammissione delle proprie pretese (settembre 2013) quattro anni dopo dall’insorgenza del credito stesso (giugno 2009).
Un periodo obiettivamente troppo lungo, non ragionevole e ritenuto non oggettivamente giustificabile neppure ai sensi del quarto comma dell’art. 101 l.fall. (per le cosiddette domande “ultratardive”).
Il ricorso in Cassazione viene quindi respinto.

 

 

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

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