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Esecutività dello stato passivo e rimedi processuali esperibili

Con la sentenza n. 9617/16, la Corte di Cassazione offre una panoramica dei rimedi processuali esperibili avverso il decreto di esecutività dello stato passivo e dei soggetti legittimati alla proposizione degli stessi, escludendo la legittimità dell’impugnazione incidentale tardiva del curatore fallimentare nel giudizio di opposizione allo stato passivo promosso da un creditore.

 

Il caso. Nell’ambito del giudizio di opposizione allo stato passivo, instaurato da un istituto bancario nei confronti del fallimento di una s.p.a. per l’ammissione parziale del proprio credito privilegiato, il curatore proponeva impugnazione incidentale tardiva chiedendo l’esclusione della prelazione sul pegno costituito su obbligazioni della banca. Il Tribunale, ritenendo ammissibile l’impugnazione incidentale tardiva del curatore, accoglieva la richiesta e riduceva la somma ammessa in privilegio. La banca ricorre per la cassazione del decreto deducendo la nullità della sentenza con riferimento alla ritenuta ammissibilità dell’impugnazione tardiva proposta dal curatore.

 

Natura sommaria del giudizio. Il Collegio, ritenendo fondata la censura, ricorda come la giurisprudenza di legittimità abbia già avuto modo di puntualizzare che il giudizio di verifica del passivo si caratterizza quale giudizio a cognizione sommaria. Con l’opposizione contro il provvedimento pronunciato a seguito di cognizione sommaria, il diritto alla prova, inizialmente compresso per ragioni di celerità della procedura, si riespande consentendo al creditore escluso un giudizio a cognizione piena. Non è dunque in dubbio la natura impugnatoria del rimedio, come nessun dubbio sorge sull’affermazione per cui il giudizio di opposizione allo stato passivo del fallimento non sia un giudizio di appello.

 

Rimedi esperibili e soggetti legittimati. Avverso il decreto di esecutività dello stato passivo i rimedi esperibili sono l’opposizione, l’impugnazione e la revocazione, ciascuno dei quali può essere promosso solo dal soggetto espressamente legittimato dalle disposizioni della legge fallimentare entro i termini ivi previsti. Infatti, con l’opposizione il creditore o il titolare di diritti su beni mobili o immobili contesta l’accoglimento parziale o il rigetto della propria domanda nei confronti del curatore, mentre con l’impugnazione il curatore o il titolare di diritti su beni mobili o immobili contesta l’accoglimento della domanda di un altro creditore. Non è dunque concepibile la possibilità di far valere il proprio diritto nel contesto dell’impugnazione proposta da un altro soggetto, poiché laddove il termine per impugnare sia ancora pendente il soggetto deve promuovere lo strumento processuale a sé spettante, al contrario, se il termine suddetto è ormai decorso, il soggetto si ritiene decaduto dal diritto.

Per questi motivi, la Suprema Corte cassa il decreto impugnato e rinvia la questione al Tribunale competente per un nuovo esame.

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