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Gli atti del curatore dopo la chiusura del fallimento sono giuridicamente inesistenti

I provvedimenti eventualmente emessi dagli organi della procedura fallimentare dopo la chiusura della stessa sono giuridicamente inesistenti per assoluta carenza di potere ed ogni interessato può farne valere il vizio senza alcun limite di tempo, sia in via di azione di accertamento sia in via di eccezione. Questo il principio di diritto sancito dalla Suprema Corte con la sentenza n. 25135 depositata il 14 dicembre.

Il caso – La pronuncia origina della controversia insorta tra una s.a.s. in liquidazione (unitamente ad un socio, nonché fideiussore della stessa) ed una società di leasing che aveva ottenuto il rilascio di un immobile concesso in leasing alla società attrice, previo provvedimento del giudice delegato al fallimento che autorizzava in tal senso il curatore.
La s.a.s. chiedeva al Tribunale di Roma la declaratoria di invalidità ed inefficacia del provvedimento del g.d. e del rilascio dell’immobile eseguito dal curatore, oltre che la reintegrazione nel possesso dello stesso.
Il giudice adito, con pronuncia confermata anche nel giudizio di seconde cure, dichiarava inammissibile la domanda attorea per difetto di legittimazione passiva, respingendo la richiesta di reintegrazione nel possesso.
Gli effetti della chiusura del fallimento - Per la cassazione della sentenza d’appello, la società in liquidazione ricorre alla Suprema Corte deducendo in primo luogo la violazione delle norme sull’actio nullitatis con riferimento alla ritenuta carenza di legittimazione passiva in capo alla società di leasing, per non aver convenuto in giudizio gli autori materiali dell’atto di rilascio dell’immobile.
La Corte di Cassazione, richiamando la costante giurisprudenza di legittimità, afferma il principio di diritto secondo cui la chiusura del fallimento comporta la decadenza degli organi fallimentari e la cessazione degli effetti della procedura sul patrimonio del debitore tornato in bonis, conseguentemente il provvedimento eventualmente emesso dagli organi fallimentari dopo la chiusura della procedura è giuridicamente inesistente per assoluta carenza di potere e, come tale, ogni interessato può farne valere l’inesistenza senza limiti di tempo sia in via di azione di accertamento sia in via di eccezione. L’interessato che intenda esperire l’azione di accertamento non deve convenire in giudizio gli autori dell’atto, bensì i soggetti interessati ovvero coloro nella cui sfera giuridica si sono prodotti gli effetti dell’atto impugnato.
La reintegra nel possesso - Con un’ulteriore censura, la società ricorrente lamenta la violazione dell’art. 1168 c.c. con riferimento al mancato accoglimento della domanda di reintegrazione nel possesso, in quanto l’immobile era rimasto nella sua detenzione anche dopo che la convenuta si era avvalsa della clausola risolutiva espressa contrattualmente prevista e nonostante la dichiarazione di fallimento.
Richiamando ancora una volta i consolidati orientamenti giurisprudenziali, la Cassazione ribadisce che il conduttore che mantenga la disponibilità dell’immobile dopo la cessazione di efficacia del contratto di locazione, in quanto detentore qualificato, è legittimato ad esperire la tutela possessoria anche se inadempiente all’obbligo di restituzione.
Il litisconsorzio tra società e socio - Trova accoglimento anche l’ultima censura sollevata con il ricorso e attinente alla legittimazione attiva del socio che aveva agito unitamente alla s.a.s., che non aveva trovato riconoscimento da parte dei giudici di prime cure.
Soffermandosi sulla figura dell’intervento volontario adesivo disciplinato dall’art. 105 c.p.c., la Corte di legittimità afferma che il terzo che abbia un proprio interesse e che ai sensi del comma 2 della norma citata è legittimato ad intervenire nel giudizio pendente inter alios per sostenere le ragioni di una delle parti, può prendere parte all’atto di citazione della parte di cui sostiene le domande per aderire ab initio alle stesse e sostenerne l’accoglimento. Nella specie dunque, il socio e fideiussore della società vantava un interesse corrispondente a quello previsto dall’art. 105, comma 2, c.p.c., situazione che legittima il suo intervento ad adiuvadum della s.a.s.
In conclusione, la Corte di Cassazione accoglie il ricorso, cassa la sentenza e rinvia ad altra sezione della competente Corte d’appello.

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