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Il centro degli interessi principali si riconferma una definizione sostanziale

La Corte di Giustizia, con ordinanza del 24 maggio 2016, causa C-353/15, detta alcune linee guida da seguire nell’interpretazione dell’art. 3, Reg. n. 1346/2000, confermative di orientamenti giurisprudenziali che in passato si erano già espressi sul tema.

Come stabilito dal Regolamento, con riferimento alle procedure d’insolvenza, devono essere considerati competenti ad esprimersi sulla controversia i giudici dello Stato membro nel cui territorio è situato l’abituale centro degli interessi principali del debitore.

E quando al par. 1 del suddetto articolo si afferma che per le società e le persone giuridiche si presume che il centro d’interessi principali sia identificato, fino a prova contraria, con il luogo in cui si trova la sede statutaria, significa che tale presunzione può essere superata attraverso elementi indiziari tali da far ritenere che la collocazione formale della sede sociale sia fittizia. La Corte di Giustizia invita quindi ad un’applicazione della diposizione capace di far prevalere l’aspetto sostanziale su quello formale.

 

Il fatto. Alcune società creditrici avevano presentato al Tribunale di Bari istanza di fallimento avverso una s.r.l. la cui sede legale era stata recentemente spostata dal territorio italiano in Bulgaria. A seguito di dichiarazione di fallimento, fondata sulla considerazione che il trasferimento fosse fittizio, il debitore propone appello al tribunale di Bari.

I giudici, chiamati a pronunciarsi, sollevano una questione pregiudiziale sull’art. 3, Reg. n.1346/2000, chiedendo se, qualora la sede statutaria di una società sia stata trasferita da uno stato membro ad un altro, il giudice investito successivamente a detto trasferimento di una domanda di apertura di una procedura d’insolvenza nello stato membro d’origine possa escludere la presunzione per la quale il centro degli interessi principali di tale società è situato nel luogo della nuova sede statutaria e ritenere che il COMI rimanga lo Stato membro d’origine, benché non sia più presente in questo stato alcuna dipendenza.

 

Il chiarimento della Corte. In riferimento alla definizione di “centro principale degli interessi”, il considerando 13 precisa che debba intendersi il luogo in cui il debitore esercita in modo abituale, e pertanto riconoscibile dai terzi, la gestione dei suoi interessi. Il richiamo fatto da tale disposizione ai soggetti terzi è finalizzato ad evidenziare come i criteri, in base ai quali individuare questo centro d’interesse, devono essere obiettivi e verificabili, in modo da garantire la certezza del diritto e la prevedibilità dell’individuazione del giudice competente.

Nonostante, di regola, questo coincida con la sede sociale, ciò non toglie che la presunzione dell’ art. 3, par. 1 può essere superata da prova contraria, ossia tramite elementi indiziari che consentono di determinare l’esistenza di una situazione reale diversa da quella formale, e per questo fittizia.

Tra i parametri da prendere in riferimento la Corte indica a titolo esemplificativo: i luoghi in cui una società esercita attività economica, dove detiene i beni, dove sono stati stipulati contratti relativi alla gestione societari.

Da ciò segue che, nel caso di trasferimento, se si ravvisa che il centro d’interesse è situato in un luogo distinto rispetto alla sede sociale, poiché è nel luogo di origine che è presente il centro effettivo di gestione, direzione e controllo, la presunzione cessa di operare e la competenza resta in capo al giudice del luogo in cui a società è sorta, anche in assenza di una dipendenza in detto territorio. Nel caso di specie è stata quindi confermata la competenza del giudice italiano. 

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