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L’aggravamento del dissesto è sufficiente per configurare la bancarotta fraudolenta

Il reato di bancarotta fraudolenta è configurabile anche quando la condotta dell’imputato quale extraneus, commessa con il concorso di chi possa considerarsi intraneus, abbia aggravato una situazione di preesistente dissesto della società, intendendo l’aggravamento in termini globali e non in riferimento a singole situazioni debitorie. Il principio è stato ribadito dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 41008/15 depositata il 12 ottobre.

IL CASO – La Corte d’appello di Milano, in parziale riforma della pronuncia di prime cure, dichiarava di non doversi procedere nei confronti dell’imputato per il reato di cui all’art. 2638 c.c., estinto per prescrizione, confermando invece la condanna per il reato di bancarotta fraudolenta per aver determinato, in qualità di direttore generale di una banca, il fallimento di una s.p.a. in concorso con gli amministratori della stessa.
La sentenza viene impugnata innanzi alla Corte di Cassazione lamentando vizi procedurali in ordine alla separazione dei procedimenti ed alla mancata assunzione di prove rappresentate come decisive ai fini dell’assoluzione dell’imputato, doglianze che i Supremi Giudici ritengono manifestamente infondate.

ELEMENTO OGGETTIVO DEL REATO – Oltre alle predette censure processuali, il ricorrente sostiene che i Giudici di merito siano incorsi nel vizio di omessa motivazione in ordine all’elemento oggettivo del reato posto che la condotta incriminata avrebbe – a suo dire - aggravato lo stato passivo della società, ma non ne aveva cagionato il fallimento.
A fronte di tali censure, la S.C. rileva come la sentenza impugnata abbia reso adeguata motivazione applicando correttamente i consolidati principi giurisprudenziali in materia, secondo i quali il nesso causale tra operazioni dolose e fallimento non è escluso dal mero fatto che la società versasse già in stato di dissesto, anche grave, essendo sufficiente che l’operazione illecita abbia contribuito ad aggravare tale situazione, secondo un concetto di aggravamento globale e non riferito a singole esposizioni debitorie. L’art. 223, comma 2, n. 2, l. fall. non richiede infatti che le operazioni dolose che conducono al fallimento comportino una diminuzione “algebrica” dell’attivo, bensì un depauperamento non giustificabile in termini di interesse per la società.
Precisa inoltre la Corte che il nesso di causalità tra condotta dolosa e fallimento permane anche in presenza di una preesistente condotta di per sé sufficiente a determinare il dissesto, trovando applicazione la disciplina del concorso causale di cui all’art. 41 c.p.

ELEMENTO SOGGETTIVO DEL REATO – Allo stesso modo risultano infondate le doglianze in ordine alla motivazione della sentenza sulla sussistenza dell’elemento soggettivo.
Anche in questa occasione i Giudici dell’appello hanno correttamente applicato i principi giurisprudenziali secondo cui la nozione di operazioni dolose di cui all’art. 223, comma 2, n. 2, l. fall. include sia il comportamento degli amministratori che cagionino il dissesto con abusi o infedeltà nell’esercizio della propria carica, sia il compimento di atti intrinsecamente pericolosi per la “salute” economico-finanziaria della società. Ne discende che l’elemento soggettivo richiesto dalla norma incriminatrice non è la volontà diretta a provocare lo stato di insolvenza, essendo sufficiente la coscienza e la volontà del comportamento illecito.
Condivisibilmente poi, la sentenza di seconde cure sottolinea come il concorso dell’extraneus, istigatore e beneficiario delle operazioni dolose, è configurabile quando questo risulti consapevole del rischio che le condotte determinino un danno alle ragioni dei creditori della società, non essendo necessaria la volontà circa tali conseguenze.
Per questi motivi, la Corte di legittimità rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

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