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L’omesso versamento dei contributi in via sistematica giustifica la condanna per procurato fallimento

Il fallimento determinato da operazioni dolose configura un’eccezionale ipotesi di fattispecie a sfondo preterintenzionale.

 

Il caso. La Corte d’Appello assolveva due imputati dall’imputazione di bancarotta fraudolenta documentale, confermando invece la condanna di primo grado per il reato di cagionato fallimento mediante operazioni dolose ex artt. 223 (Fatti di bancarotta fraudolenta), 216 (Bancarotta fraudolenta) e 219 (Circostanza aggravanti e circostanza attenuante) l.fall..
La sentenza viene impugnata con ricorso per cassazione dal difensore di fiducia degli imputati per erronea qualificazione giuridica del fatto, in quanto ai fini della condanna ex art. 223 l. fall. sarebbe stata necessaria la sussistenza del nesso causale tra le condotte dolose ed il fallimento «considerato come evento naturalistico».

 

Contesto normativo. La Corte di legittimità richiama l’art. 223, comma 2, n. 2, l. fall. che sancisce l’applicabilità ad amministratori, direttori generali, sindaci e liquidatori di società dichiarate fallite della pena di cui al comma 1 dell’art. 216 «se hanno cagionato con dolo o per effetto di operazioni dolose il fallimento della società». Laddove invece i medesimi soggetti abbiano concorso a cagionare od aggravare il dissesto della società con inosservanza degli obblighi sanciti dalla legge, il successivo art. 224 prevede l’applicabilità delle pene più lievi previste dall’art. 117 (Ripartizione finale).

 

Nesso causale. Sulla base di tali premesse normative, la giurisprudenza è ferma nel ritenere che, in tema di fallimento causato da operazioni dolose, il nesso causale tra l’operazione dolosa e l’evento fallimentare non è interrotto dalla preesistenza di «una causa in sé efficiente verso il dissesto, valendo la disciplina del concorso causale di cui all’art. 41 c.p.», né tantomeno dal fatto che «l’operazione dolosa contestata abbia cagionato anche solo l’aggravamento di un dissesto già in atto».
Il Collegio precisa infatti che le operazioni dolose di cui all’art. 223 l. fall. riguardano abusi di gestione o atti di infedeltà ai doveri imposti dalla legge all’organo amministrativo nell’esercizio delle proprie funzioni o, ancora, atti «indiscriminatamente pericolosi per la “salute” economico-finanziaria della impresa». Il pregiudizio che si viene a creare non discende dunque direttamente dall’azione dannosa posta in essere, ma da una situazione strutturale complessa, riscontrabile in ogni iniziativa societaria che porti all’esito del dissesto.

 

Elemento soggettivo. In tali fattispecie l’accusa dovrà assolvere all’onere probatorio relativo alla dimostrazione della consapevolezza e della volontà dell’operazione dolosa alla quale è poi seguito il dissesto, nonché dell’astratta prevedibilità di tale evento. Non è necessaria invece la dimostrazione della rappresentazione e della volontà dell’evento fallimentare ai fini dell’integrazione dell’elemento soggettivo del reato.
Tornando al caso di specie, la Corte, sottolineando come la complessa vicenda societaria sfociata nella dichiarazione di fallimento risulti caratterizzata, fin dall’origine, dalla sistematica omissione nel versamento di tributi e oneri previdenziali, dichiara la sussistenza di «una deliberata strategia di operare sottraendosi agli obblighi di legge, utilizzando un veicolo societario inizialmente sano e acquisito a quello scopo».
In conclusione, i ricorso vengono dichiarati inammissibili e i ricorrenti condannati al pagamento delle spese processuali.

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