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La cessione dei beni nel concordato in continuità sotto la lente dell’Agenzia delle Entrate

04 Novembre 2019 |

Agenzia delle Entrate – Interpello 31 ottobre 2019, n. 462

Concordato con continuità aziendale

Alle plusvalenze e alle minusvalenze derivanti dalla cessione dei beni immobili non strategici all'esercizio dell'attività d'impresa nell'ambito di un concordato preventivo in continuità aziendale, sono applicabili le regole generali di determinazione del reddito d'impresa, con la conseguenza che le stesse concorrono a formare il reddito nell'esercizio di competenza.

 

Il caso. A seguito di una crisi del settore e del mancato sostegno finanziario da parte del ceto bancario, una società presentava domanda di concordato preventivo ai sensi dell'art. 160 l.fall. con l'obiettivo, da un lato, di tutelare il know how aziendale, la continuità d'impresa e preservare i posti di lavoro, dall'altro di poter continuare ad operare, nell'interesse dei creditori e nel superiore rispetto del principio della par conditio creditorum.

Il tribunale omologava, con decreto, il concordato preventivo secondo i termini e le modalità stabilite nella proposta depositata. Il piano di concordato proposto ai creditori, come dichiarato dall'istante, consisteva nella prosecuzione in continuità diretta dell'attività aziendale e prevedeva, in estrema sintesi, di:

  • continuare l'attività tipica della gestione caratteristica in modo da generare flussi di cassa positivi in eccesso rispetto alle necessità finanziarie della gestione corrente, così da assicurare la miglior soddisfazione dei creditori concorsuali;
  • cedere a terzi gli immobili non strategici di proprietà della società.

La società, con interpello presentato dinanzi all’Agenzia delle Entrate, chiedeva di conoscere se, con riferimento alla vendita di beni non funzionali alla prosecuzione dell'attività nell'ambito di un concordato preventivo con continuità aziendale, può tornare applicabile la disposizione di cui all'art. 86, comma 5, TUIR secondo cui: "La cessione dei beni ai creditori in sede di concordato preventivo non costituisce realizzo delle plusvalenze e minusvalenze dei beni, comprese quelle relative alle rimanenze e il valore dell'avviamento".

 

La risposta dell’Agenzia delle Entrate. L'intenzione del legislatore è quella di circoscrivere la non rilevanza delle plusvalenze e/o delle minusvalenze a un'ipotesi in cui "dopo il concordato non ci sia più esercizio di impresa".

La disposizione di cui al comma 5 dell'art. 86 TUIR ha natura di norma speciale rispetto alle ordinarie regole di determinazione del reddito d'impresa.

Le peculiari caratteristiche del concordato liquidatorio rispetto a quello di cd. risanamento hanno determinato la necessità di uno specifico intervento normativo all'art. 88 del TUIR ad opera del d.lgs n. 147/2015, che ha previsto l'inserimento del comma 4-ter con il quale si dispone una differente misura della detassazione delle sopravvenienze attive, conseguenti dalle riduzioni dei debiti dell'impresa, a seconda che trattasi di concordato preventivo liquidatorio o concordato di risanamento.

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