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La pena accessoria è stabilita in misura fissa e inderogabile: l’inabilitazione dura sempre dieci anni

In tema di bancarotta fraudolenta, la pena accessoria dell’inabilitazione dall’esercizio di un’impresa commerciale e dell’incapacità di esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa, ha la durata fissa e inderogabile di dieci anni. È questo il principio espresso dalla V Sezione Penale della Corte di Cassazione, nella sentenza n. 51095 depositata il 9 dicembre.

La vicenda. L’amministratore di fatto di una società fallita veniva condannato per il reato di bancarotta fraudolenta, per aver cagionato il dissesto dell’impresa, a due anni di reclusione oltre alla sanzione accessoria dell’inabilitazione per dieci anni, prevista dall’art. 216, ultimo comma, l. fall. Veniva, quindi, proposto ricorso per cassazione avverso la sentenza confermativa della Corte d’Appello.
Bancarotta: durata fissa della pena accessoria. Secondo il ricorrente, la durata della pena accessoria per il reato di bancarotta, essendo determinata solo nel massimo, dovrebbe corrispondere a quella della pena principale e, per questo motivo, avrebbe errato la Corte d’Appello nel determinare la sanzione dell’inabilitazione nella durata di dieci anni invece che in due anni.
La Cassazione Penale è di parere contrario: è vero che, sul punto, si è registrato un contrasto nella giurisprudenza di legittimità degli ultimi anni e che, in base a un precedente orientamento, la durata della pena accessoria sarebbe fissata solo nel massimo. Tuttavia, secondo un opposto orientamento la pena accessoria di cui all’art. 216 l. fall. è stabilita in misura fissa e inderogabile nella durata di dieci anni e, di conseguenza, si sottrae alla disciplina di cui all’art. 37 c.p. Ed è proprio a questo indirizzo (ribadito di recente, tra le altre, da Cass. Pen. 11257/2013, Cass. Pen. n. 30341/2012) che aderisce il Collegio con la pronuncia in commento.
L’intervento della Corte Costituzionale: questione inammissibile ma rinvio al legislatore. Si segnala, peraltro, un precedente della Corte Costituzionale che, con sentenza n. 134/2012 ha dichiarato inammissibile la questione di legittimità costituzionale relativa all’art. 216, ultimo comma, l. fall., a causa del petitum formulato dai giudici rimettenti. In quell’occasione è stato, infatti, richiesto di aggiungere all’ultimo comma dell’art. 216 le parole «fino a», così da poter superare la predeterminazione in misura fissa della pena accessoria e consentire, quindi, l’applicazione dell’art. 37 c.p., il quale prevede che “quando la legge stabilisce che la condanna importa una pena accessoria temporanea, e la durata di questa non è espressamente determinata, la pena accessoria ha una durata eguale a quella della pena principale inflitta, o che dovrebbe scontarsi, nel caso di conversione, per insolvibilità del condannato”. La soluzione prospettata si risolve, però, nella richiesta di una sentenza additiva, che eccede i poteri d’intervento della Corte Costituzionale.
La Cassazione Penale, con la sentenza in commento, trae da questa declaratoria di inammissibilità una conferma implicita della validità dell’interpretazione secondo cui nel sistema attuale la pena accessoria è prevista in misura fissa, senza che ciò leda alcun diritto costituzionalmente protetto.
Eppure, la stessa Corte Costituzionale in quell’occasione, ha sollecitato un intervento del legislatore, volto a riformare il sistema delle pene accessorie, per renderlo “pienamente compatibile con i principi della Costituzione, in particolare con l’art. 27, terzo comma”.

 

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