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La prova dell’esistenza di una società di fatto e l’estensione ai soci illimitatamente responsabili

Ai fini della dichiarazione di fallimento in estensione ai soci illimitatamente responsabili ai sensi dell’art. 147 l. fall., l’esistenza del contratto sociale può risultare, oltre che da prove dirette, anche da manifestazioni esteriori, rivelatrici delle componenti del rapporto societario come ad esempio sistematici rapporti di finanziamento o di garanzia che si risolvono in uno strumento di apporto di capitali.    

 

Il caso. La Corte d’Appello accoglieva il reclamo proposto ai sensi dell’art. 18 l. fall. avverso la sentenza con cui il Tribunale aveva dichiarato il fallimento di una ditta individuale e dei soci di fatto della stessa in estensione del fallimento del titolare ex art. 147 l. fall.. Il Giudice di seconde cure infatti, a differenza del Tribunale, aveva escluso la prova della sussistenza di un vincolo societario a rilevanza esterna tra il titolare, la moglie ed il figlio. La Curatela impugnava la decisione dinanzi alla Corte di Cassazione lamentando l’omessa valutazione di diversi elementi e documenti che avrebbero confermato la sussistenza del vincolo societario tra i familiari, concretizzatosi anche nelle relazioni esterne all’impresa nei rapporti con i terzi.

 

La prova dell’esistenza della società di fatto. In tema di estensione del fallimento in fattispecie analoghe a quella in esame, il giudice di merito è chiamato ad applicare un criterio discretivo al fine di distinguere l’affectio familiae rispetto all’affectio  societatis. La medesima giurisprudenza di legittimità ha avuto modo di chiarire la natura dei fatti e delle prove che si rivelano particolarmente utili a tale scopo, affermando che, al fine della dichiarazione di fallimento di una società di fatto, la sussistenza del contratto sociale può essere dedotta non solo da prove dirette specificamente riguardanti i suoi requisiti (affectio societatis, fondo comune, partecipazione agli utili e alle perdite), bensì anche da manifestazioni esteriori dell’attività del gruppo laddove evidenzino l’esistenza di una società anche nei rapporti interni. Ne discende che in caso di finanziamenti e fideiussioni a favore dell’imprenditore (elementi evidenziati anche nel ricorso), non può essere ritenuto automaticamente sussistente il rapporto sociale tra quest’ultimo e il finanziatore o garante, soprattutto in presenza di vincoli di coniugio o parentela. Si tratta comunque di indici rilevatori del rapporto stesso laddove «alla stregua della loro sistematicità e di ogni altra circostanza del caso concreto siano ricollegabili ad una costante opera di sostegno dell’attività dell’impresa, qualificabile come collaborazione del socio al raggiungimento degli scopi sociali».

Applicando tali principi al caso di specie, è risultato che il rilascio sistematico di fideiussioni, garanzie ipotecarie, finanziamenti e l’incasso di assegni o l’utilizzo di altre forme di liquidità  rivelassero attività sintomatiche del costante sostegno fornito dai familiari all’impresa, tali da  portare alla ragionevole conclusione che sussistesse tra essi un contratto sociale concretizzatosi nella collaborazione al raggiungimento degli scopi sociali.

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