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Le note di variazione IVA nel concordato in continuità: i chiarimenti delle Entrate

La società in concordato preventivo con continuità aziendale non è tenuta a versare l’IVA indicata nelle note di variazione. Questo quanto ribadito dall’Agenzia delle Entrate con risposta all’interpello n. 54 pubblicata nella giornata di ieri.

 

Il caso. Nel caso oggetto del quesito,  il concordato prevedeva il pagamento integrale dei  creditori privilegiati e il pagamento nella misura percentuale del 12,665% dei crediti chirografari, con conseguente falcidia concordataria dell’87,335% sui predetti crediti non privilegiati. Nel presupposto che, alla chiusura del concordato, i creditori rimasti insoddisfatti emetteranno note di variazione per recuperare l’IVA relativa alla parte di credito “falcidiata”, l’istante chiedeva chiarimenti in merito al trattamento da riservare all’imposta addebitata con le predette note di variazione. E, in particolare, se possono continuare ad applicarsi al “concordato con continuità aziendale” le indicazioni contenute nella Risoluzione del 17 ottobre 2001, n. 161/E, relativamente al concordato preventivo ex  art. 160 l.fall., laddove è stato chiarito che la società in concordato, dopo aver ricevuto le note di variazione IVA relative ai debiti chirografari oggetto di falcidia, è obbligata ad annotarle nei registri IVA (registro delle fatture di vendita con segno positivo o di acquisto con segno negativo), ma non anche a versare all’Erario l’IVA oggetto di rettifica.

 

La risposta dell’Amministrazione finanziaria. Essendo la nota di variazione relativa ad un debito sorto prima dell'avvio della procedura concorsuale, la sua registrazione non comporta, per il debitore concordatario, l'obbligo di rispondere verso l'Erario di un debito sul quale si sono già prodotti gli effetti estintivi del concordato preventivo. Diversamente si avrebbe una deroga all'efficacia liberatoria della procedura, da ritenersi ingiustificata in relazione alle norme che dispongono l'estinzione di ogni debito sorto anteriormente all'inizio della procedura medesima. Tale interpretazione è coerente sia con il comma 2 dell’art. 26 D.P.R. n. 633/1972, che con l’art. 185, paragrafo 2, della Direttiva 2006/112/CE, che dispone una deroga all’obbligo di rettifica della detrazione in caso di variazione dell’imposta proprio nell’ipotesi di “operazioni totalmente o parzialmente non pagate”. E, non da ultimo, l’applicabilità dei menzionati principi è stata confermata dalla Corte di giustizia dell’Unione europea, con la sentenza del 22 febbraio 2018, resa nella causa C-396/16.

 

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