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Liquidazione coatta amministrativa e sorte del processo di legittimità: è possibile una sua prosecuzione?

29 Maggio 2020 |

Cass. Civ., sez. I

Liquidazione coatta amministrativa

La messa in liquidazione coatta amministrativa di una banca, al pari della dichiarazione di fallimento, non determina l’interruzione del processo di legittimità. Tuttavia, poiché anche nella liquidazione coatta amministrativa tutti i crediti devono essere azionati in sede di formazione e verifica dello stato passivo davanti agli organi della procedura, la domanda formulata in sede di cognizione ordinaria, se proposta prima dell’inizio della procedura concorsuale, diventa improcedibile e tale improcedibilità è rilevabile d’ufficio anche nel giudizio di Cassazione, discendendo da norme inderogabilmente dettate a tutela del principio della par condicio creditorum.

Così la Corte di Cassazione con la sentenza n. 9461/20, depositata il 22 maggio.

 

Il caso. La  cliente di una banca l’aveva citata in giudizio assumendo di aver concluso un contratti di investimento in fondi e lamentando che solo successivamente aveva appreso la tipologia altamente speculativa dell’investimento effettuato, non essendole stato consegnato né il contratto quadro, né alcun documento informativo, né il documento sui rischi generali; veniva quindi chiesta la dichiarazione di nullità o l’annullamento o la risoluzione del contratto con il risarcimento del danno. Il Tribunale adìto, pur riconoscendo che la percentuale azionaria del fondo aveva superato il limite, ha ritenuto decorso il termine di prescrizione quinquennale, qualificando la responsabilità della banca come precontrattuale. La Corte d’Appello, invece, qualificando la responsabilità della banca come contrattuale, ha accolto il gravame proposto innanzi ad essa e condannato la banca al risarcimento del danno (determinato sulla base della perdita del valore dell’investimento, detratta la quota considerata legittima di investimento azionario). La cliente, tuttavia, ha promosso ricorso per cassazione e la banca ha resistito con controricorso e con ricorso incidentale.

 

Gli effetti della liquidazione coatta amministrativa sul processo di legittimità. Con memoria ex art. 378 c.p.c. la banca ha dato atto di essere stata ammessa alla procedura di liquidazione coatta amministrativa con D.M. del Ministero dell’Economia e delle finanze. La Corte ha quindi dichiarato improcedibile la domanda.
Secondo la S. Corte  la messa in liquidazione coatta amministrativa della banca, al pari della dichiarazione di fallimento, non determina l’interruzione del processo di legittimità, posto che in quest’ultimo, dominato dall’impulso d’ufficio, non trovano applicazione le comuni cause di interruzione del processo previste in via generale dalla legge.
Tuttavia, secondo l’art. 201 l.fall., alla liquidazione coatta amministrativa si applicano, tra le altre, le norme del titolo II, capo III, sezione II e sezione IV e, pertanto, trova applicazione anche l’art. 52 l.fall. secondo cui «Ogni credito, anche se munito di diritto di prelazione o trattato ai sensi dell'articolo 111, primo comma, n. 1), nonché ogni diritto reale o personale, mobiliare o immobiliare, deve essere accertato secondo le norme stabilite dal Capo V, salvo diverse disposizioni della legge». L’applicazione di tali norme è stabilità altresì dall’art. 83 del Testo Unico bancario.
Di conseguenza, così come accade per l’accertamento del credito nei confronti del fallimento, devoluto alla competenza esclusiva del giudice delegato ex artt. 52 e 93 l.fall., se la relativa azione sia stata proposta nel giudizio ordinario di cognizione deve esserne dichiarata d’ufficio, in ogni stato e grado, anche nel giudizio di cassazione, l’inammissibilità o l’improcedibilità, a seconda che il fallimento sia stato dichiarato prima della proposizione della domanda o nel corso del giudizio, in quanto ogni credito deve essere accertato, nel rispetto della par condicio, tramite la procedura di ammissione al passivo e l’eventuale giudizio di opposizione.

 

 

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

 

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