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Lo stato d’insolvenza determina l’inammissibilità del trust liquidatorio

14 Maggio 2014 |

Cass. Civ.

Trust

Una s.r.l. ricorreva in Cassazione contro la decisione della Corte d’Appello di Roma, con la quale era stato respinto il reclamo ex art. 18 l.fall. avverso la dichiarazione del suo fallimento.

La ricorrente deduceva l’impossibilità di dichiarare il fallimento in quanto l’intero patrimonio aziendale era stato conferito in un trust liquidatorio e contestualmente la società era stata cancellata dal registro delle imprese.
I giudici di legittimità hanno avuto così modo di pronunciarsi, per la prima volta, sull’istituto del trust liquidatorio con riferimento alla procedura fallimentare, affermando il principio secondo cui, qualora vi sia uno stato di preesistente insolvenza, il negozio non è riconoscibile nell’ordinamento italiano ed è, pertanto, inefficace, in quanto costituisce un ostacolo alla disciplina concorsuale, avente natura pubblicistica, impedendo l’attività di controllo del Tribunale a tutela del ceto creditorio oltreché il normale svolgimento della procedura a causa dell’effetto segregativo, che non permette al curatore – unico soggetto deputato a farlo - di amministrare e liquidare l’azienda.
Anche i Giudici di legittimità hanno quindi recepito un orientamento ormai da tempo affermato nella giurisprudenza di merito: ossia che il trust liquidatorio, che comporti una segregazione patrimoniale dell’intero patrimonio aziendale volta alla liquidazione dell’azienda sociale, sia inesistente giuridicamente qualora abbia l’effetto di sottrarre agli organi della procedura fallimentare i beni  destinati alla liquidazione in contrasto con le norme imperative concorsuali, secondo quanto dettato anche dagli articoli 13 e 15 lett. e) della Convenzione dell’Aja.
Spiega la S. Corte che l’effetto proprio del trust è quello di istituire un patrimonio destinato ad un fine prestabilito (e non quello di porre in essere un nuovo soggetto giuridico): si tratta di uno strumento negoziale “astratto” che può essere adattato al raggiungimento di svariati scopi pratici; per valutare la sua liceità dovrà pertanto valutarsi il regolamento specifico del singolo negozio, cioè la sua causa concreta ed esaminare le circostanze del caso di specie. Infatti un trust non potrà essere ammesso, pur trattandosi di un negozio in astratto riconoscibile in virtù di una convezione internazionale (Convenzione dell’Aja 1985), se nel concreto si ponga in contrasto con norme imperative interne.
Nel caso concreto sottoposto al giudizio della Corte, il negozio fiduciario, avente ad oggetto l’intero patrimonio aziendale, era stato costituito in un momento in cui la società era già in una situazione patrimoniale precaria con lo scopo di segregare tutti i beni dell’impresa impedendone la liquidazione vigilata. La sua natura elusiva ha quindi determinato la non riconoscibilità dell’istituto stesso ai sensi dell’art. 15 della Convenzione.
Insieme all’accertamento incidentale della non riconoscibilità del trust, è stata poi dichiarata la nullità del trasferimento dei beni al “trustee” per difetto di causa, cosicché, dichiarato il fallimento, il curatore potrà materialmente procedere alla loro apprensione.
Ha precisato infine la Corte che, anche nell’ipotesi in cui l’atto costitutivo del negozio  contenga una c.d. clausola di salvaguardia, ossia una clausola di risoluzione per il caso in cui intervenga una procedura concorsuale, tale clausola deve considerarsi inoperante in conseguenza del non riconoscimento ab origine dell’istituto.
Rigettato anche il motivo secondo il quale non si sarebbe potuto procedere alla dichiarazione di fallimento in quanto la società era stata cancellata dal registro delle imprese e si era pertanto estinta.
Ribadisce la Corte a tale riguardo quanto già affermato dalle Sezioni Unite (Sez. Un., 12 marzo 2013, nn. 6070, 6071, 6072): il dies a quo del termine annuale decorre dal giorno dell’iscrizione della cancellazione della società dal registro delle imprese, e non dalla data di presentazione della domanda di cancellazione.
Infatti l’art. 10 l. fall. stabilisce che la società cancellata può ancora essere legittimata passiva di una procedura prefallimentare ed essere quindi dichiarata fallita entro un anno dalla intervenuta cancellazione dal registro delle imprese. Si tratta di una fictio iuris valida solo in sede fallimentare che comporta la legittimazione passiva della società ai soli fini dell’istruttoria prefallimentare e delle successive impugnazioni, e il contradditorio si instaurerà con l’ultimo rappresentante legale (amministratore ovvero liquidatore).

 

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