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Non fondata la questione di legittimità costituzionale del divieto di falcidia del credito IVA

Il divieto di falcidia del credito Iva nel concordato preventivo, in sede di transazione fiscale, è compatibile con i principi costituzionali: con sentenza n. 225 del 25 luglio, la Consulta ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale del disposto degli artt. 160 e 182-ter l. fall., sollevata in riferimento agli artt. 97 e 3 Cost. dal Tribunale di Verona con ordinanza del 5/10 aprile 2013 (già ne IlFallimentarista).

L’ordinanza di rimessione. Il giudice veronese a quo aveva ritenuto che, alla luce del diritto vivente, l’inammissibilità del pagamento parziale del credito Iva nel concordato preventivo con transazione fiscale discende dalla natura sostanziale della previsione dell’art. 182-ter l. fall., e dalla finalità dell’istituto della transazione fiscale. Da ciò deriva la necessaria applicazione del disposto di cui agli artt. 160 e 182-ter l. fall., con conseguente dichiarazione de plano di inammissibilità della proposta di concordato preventivo che preveda un pagamento parziale del credito Iva, anche nel caso in cui il pagamento parziale risulti comunque superiore a quanto ricavabile dall’alternativa liquidatoria. Ma questa conclusione comporterebbe la violazione del principio di buon andamento della pubblica amministrazione, ex art. 97 Cost., in quanto la declaratoria di inammissibilità della proposta concordataria “impedirebbe all’amministrazione finanziaria di valutare, in relazione al soddisfacimento del credito Iva, la convenienza del piano non su base astratta”, ma in concreto e in autonomia, con conseguente pregiudizio per l’economicità e la massimizzazione delle risorse acquisibili.
Per altro verso, si profilerebbe la violazione dell’art. 3 Cost. in quanto la disciplina de qua riserverebbe alla P.A. un trattamento deteriore rispetto agli altri creditori privilegiati, i quali possono optare per la soluzione concordataria accettando un pagamento inferiore al proprio credito ma superiore a quello ricavabile dalla liquidazione del patrimonio del debitore.
Le motivazioni della Consulta: la natura comunitaria del credito Iva. Ritenuta la questione rilevante, la Corte Costituzionale si concentra, in primo luogo, sulla natura del credito dell’Erario per l’Iva ed afferma che la nuova formulazione dell’art. 182-ter, eliminando ogni dubbio sulla falcidiabilità del credito erariale per l’Iva, ha espressamente chiarito che tale disposizione è scaturita dalla necessità di non contravvenire alla normativa comunitaria che vieta allo Stato membro di disporre una rinuncia generale, indiscriminata e preventiva al diritto di procedere ad accertamento e verifica.
Art. 97 Cost. Non c’è vulnus ai criteri di economicità e di massimizzazione delle risorse. Fatta tale premessa, la Consulta ritiene non fondata la questione riferita all’art. 97 Cost. La previsione normativa della sola dilazione del pagamento, e non anche della falcidia, del credito deve essere intesa come il limite massimo di espansione della procedura transattiva compatibile con il principio di indisponibilità del tributo: la previsione di una deroga a tale principio, circoscritta alla sola dilazione del pagamento, non è irragionevole e si giustifica proprio per il persistere, in capo all’amministrazione finanziaria, della possibilità di riscotere il tributo per intero in futuro.
Art. 3 Cost. Il divieto di falcidia del credito Iva non comporta una disparità di trattamento per il creditore erariale. Parimenti infondata è la censura rivolta alla disciplina della transazione fiscale in relazione all’art. 3 Cost., perché non sono ravvisabili le disparità di trattamento evidenziate. Nell’ordinanza di rimessione si è sostenuto, infatti, che il divieto di falcidia del credito Iva sarebbe illegittimo, con riferimento all’art. 3 Cost., in quanto priverebbe l’amministrazione finanziaria di una facoltà che invece è riconosciuta agli altri creditori privilegiati, i quali possono, ex art. 160 l. fall., optare per la soluzione concordataria quando al loro credito sia attribuito un grado di soddisfazione non inferiore a quello realizzabile sul ricavato in sede di liquidazione.
Così argomentando, tuttavia, il giudice a quo ha compiuto un inammissibile raffronto tra fattispecie normative eterogenee: il credito Iva, infatti, non è riconducibile ad alcuna delle tradizionali categorie di crediti privilegiati e chirografari, ed è soggetto a una disciplina eccezionale, attributiva di un trattamento peculiare e inderogabile “che consentendo esclusivamente la transazione dilatoria è tesa ad assicurare il pagamento integrale di un’imposta assistita da un privilegio di grado postergato (qual è appunto l’Iva), in deroga al principio dell’ordine legale delle cause di prelazione”.
Non sussiste, pertanto, alcuna disparità di trattamento per il credito in oggetto e la questione di legittimità costituzionale è, anche per questo verso, non fondata.

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