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Preconcordato, termine per il deposito della proposta e abuso del diritto

Il termine concesso al debitore per il deposito della proposta concordataria, del piano e della relativa documentazione deve considerarsi perentorio e, in caso di inosservanza, la domanda deve essere dichiarata inammissibile, restando salva la facoltà per il debitore di presentare una nuova domanda ai sensi dell’art. 161, comma 1, l. fall., sempre che tale comportamento non integri gli estremi dell’abuso del diritto. Così si è espressa la Corte di Cassazione con la sentenza n. 6277/2016.

Il caso. La vicenda da cui origina la pronuncia in oggetto, vede coinvolta una s.p.a. che veniva dichiarata fallita dal Tribunale di Napoli, previa declaratoria di inammissibilità (a causa della mancata approvazione da parte dei creditori) della proposta concordataria in bianco precedentemente presentata. Attesa la dichiarazione di fallimento, anche una seconda e successiva domanda di concordato veniva dichiarata improcedibile.
La Corte d’appello rigettava il reclamo proposto dalla società confermando la declaratoria di inammissibilità della prima domanda di concordato, argomentando sul mancato deposito della proposta, del piano e della documentazione entro il termine assegnato alla società.
La società ricorre per la cassazione della pronuncia lamentando l’erronea applicazione dell’art. 161 l. fall. e la ritenuta perentorietà del termine previsto dall’ultimo comma della norma, oltre all’affermazione del giudice di merito circa la natura pretestuosa della seconda domanda di concordato, nella quale veniva riscontrato un abuso di diritto.

La natura del termine per il deposito della proposta. La S.C., ritenendo infondate le censure prospettate, chiarisce che il termine concesso dal giudice per la presentazione della proposta, del piano e della documentazione relativi alla domanda di concordato in bianco deve ritenersi perentorio. Tale affermazione è confermata dal fatto che l’eventuale proroga può essere concessa solo in presenza di giustificati motivi (peraltro non sindacabili in sede di legittimità) e non sulla base della mera richiesta di parte, né tantomeno d’ufficio. A ciò si aggiunga il rilievo del comma 6 della norma che, comminando la sanzione dell’inammissibilità della domanda in caso di mancata osservanza del termine suddetto, attribuisce alo stesso natura decadenziale.

L’abuso di diritto. In tema di abuso dello strumento concordatario, il Collegio cita le recenti sentenze delle Sezioni Unite n. 9935 e 9936/2015 con le quali veniva negata la possibilità di dar corso ad un autonomo procedimento di fallimento in caso di pendenza contemporanea di una procedura concordataria, indipendentemente dalla fase di quest’ultimo giudizio. Ciononostante, l’art. 162, comma 9, l. fall. preclude al debitore non ammesso al concordato di cui al comma 6 la presentazione nel biennio successivo di una nuova domanda di concordato con riserva, con la conseguenza che, a contrario, deve ritenersi ammissibile la presentazione di una nuova domanda ai sensi del comma 1 dell’articolo, sempre che ciò non sia finalizzato a procrastinare la dichiarazione di fallimento.

Il principio. In conclusione, la Suprema Corte afferma che, in presenza di un concordato preventivo con riserva, il provvedimento con cui il tribunale abbia rigettato l’istanza di proroga del termine per il deposito del piano, della proposta e della documentazione, è insindacabile in sede di legittimità se congruamente motivato. Una volta scaduto il suddetto termine, la domanda di concordato deve dunque essere dichiarata inammissibile dal tribunale, salva la facoltà per il debitore, in pendenza dell’udienza fissata per la dichiarazione di inammissibilità o per l’eventuale esame di istanze di fallimento, di presentare una nuova domanda di concordato ai sensi dell’art. 161, comma 1, l. fall. dalla quale si desuma la rinuncia alla prima domanda, sempre che ciò non si traduca in un abuso dello strumento concordatario.

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