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Se la causa si conclude con una transazione il compenso dell’avvocato deve calcolarsi sul valore di questa

DETERMINAZIONE DEL COMPENSO DELL’AVVOCATO - La questione sottoposta ai giudici di legittimità riguarda la liquidazione del compenso destinato al difensore di una procedura fallimentare per l’attività svolta nel giudizio di responsabilità risarcitoria intrapreso nei confronti dell’amministratore unico e dei tre sindaci della società fallita.

Il difensore presentava al giudice delegato la richiesta di un compenso, per la sua attività, pari ad euro 136.139,00, somma determinata sulla base del valore della causa.
Il giudice delegato, però, riteneva errato il calcolo del compenso effettuato sulla base del valore della causa. In particolare, riguardo al giudizio intrapreso nei confronti dei tre sindaci, il calcolo era da effettuarsi con riferimento al valore della transazione intervenuta tra il fallimento e i tre sindaci, mentre, relativamente alla posizione dell’amministratore unico, il Fallimento aveva trasferito l’azione civile in sede penale e, pertanto, anche la liquidazione era da effettuarsi in tale sede al termine del giudizio penale.
Lo stesso ragionamento era sostenuto dal Tribunale in occasione del reclamo presentato dal difensore.
Quest’ultimo presentava quindi ricorso in Cassazione.

 

LE DISPOSIZIONI NORMATIVE - In materia di compenso del difensore le norme di riferimento applicabili ratione temporis alla fattispecie esaminata dalla S. Corte erano l’art. 6 d.m 8 aprile 2004, n. 127 e l’art. 14 c.p.c, dal primo richiamato.
L’art. 6 d.m. n. 127/2004 (“determinazione del valore della controversia”) prevede, come regola generale, che debba farsi riferimento al valore della causa, il quale si determina “in base alla somma indicata o al valore dichiarato dall’attore”.
È consentito però, dallo stesso art. 6, di avere riguardo al valore effettivo della controversia “quando questo risulti manifestamente diverso a norma del codice di procedura civile” (comma 2), valore che si ricava dal decisum della sentenza.

 

LA POSIZIONE DEI GIUDICI DI LEGITTIMITÀ – La decisione del giudice delegato è stata confermata dai giudici della Cassazione.
La motivazione della Corte precisa anzitutto che il principio generale, secondo cui il valore di una causa deve determinarsi secondo le regole contenute nel codice di procedura civile (in particolare secondo quanto prevede l’art. 10 “il valore della causa, [..] si determina dalla domanda”) e quindi nel momento iniziale della lite, non può operare in tutti quei casi in cui non sia possibile indicare il quantum già al momento della proposizione della domanda, e in questi casi rientra anche la risoluzione della controversia mediante transazione. Ogniqualvolta la causa si concluda con una transazione, pertanto, il compenso non dovrà determinarsi in base al valore iniziale della causa, ma all’entità della somma pagata in base alla transazione.
La Corte si era già espressa nei medesimi termini con la sentenza n. 22072/ 2009, in cui aveva affermato che, se in una controversia sindacale le parti addivengano ad una transazione della lite, la determinazione del valore della causa deve compiersi avendo riguardo alla somme effettivamente corrisposte e non a quelle che erano state chieste in origine.
La ratio di tale soluzione deriva dal contenuto stesso e dalla causa della transazione, consistendo questa in reciproche concessioni dalle parti senza che rilevi in alcun modo se il pagamento sia a carico del cliente o dell’avversario. Non può quindi determinarsi chi sia la parte vincitrice e chi la parte perdente.
In conclusione, la determinazione delle spettanze professionali deve effettuarsi avendo riguardo al valore della transazione, “individuato quale valore effettivo della controversia definita con la transazione e alla quale soltanto deve riferirsi la liquidazione”.

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