Quesiti Operativi

Fallimento, fondo patrimoniale e soddisfacimento dei creditori

Nel 1999 il sig. X ed il coniuge costituiscono un fondo patrimoniale su determinati beni immobili. Nel 2006 X con l'intervento del coniuge, terzo datore di ipoteca, contrae con Istituto di credito mutuo ipotecario "per acquisto e ristrutturazione altro immobile", concedendo ipoteca sugli immobili oggetto del detto fondo patrimoniale. Nel 2013 X fallisce. Dovrà il credito residuo dell'Istituto essere ammesso in chirografo (non potendo il fallimento acquisire gli immobili e non potendo, stante il tempo trascorso, "invalidare" il fondo patrimoniale) o potrà essere escluso essendo sorto esclusivamente per esigenze della famiglia e potendo trovare soddisfacimento sui beni immobili ipotecati ed oggetto del fondo patrimoniale? Vi è un conflitto tra creditori della famiglia e creditori dell'imprenditore fallito e come si risolve? Ci sono precedenti giurisprudenziali sia di merito che di legittimità? Si precisa che nel contratto di mutuo non si fa mai riferimento all'attività di impresa.

 

PREMESSA - Come noto, il fondo patrimoniale – disciplinato dagli artt. 167 e ss. c.c. - ha lo scopo di costituire un patrimonio separato, privo di personalità giuridica, destinato al soddisfacimento dei bisogni della famiglia (art. 167, comma 1, c.c.). La proprietà dei beni costituenti il medesimo spetta ad entrambi i coniugi, salvo che sia diversamente stabilito nell'atto di costituzione (art. 168, comma 1, c.c.). In tale ottica, l’art. 169 c.c. stabilisce che, qualora non espressamente consentito nell'atto di costituzione, non si possono alienare, ipotecare, dare in pegno o comunque vincolare beni del fondo patrimoniale se non con il consenso di entrambi i coniugi e, ove vi sono figli minori, con l'autorizzazione concessa dal giudice, con provvedimento emesso in camera di consiglio, nei soli casi di necessità od utilità evidente.
L’aspetto che maggiormente rileva in relazione all’istituto in esame è senza dubbio rappresentato dal limite posto al soddisfacimento dei creditori: possono agire esecutivamente sul fondo, infatti, esclusivamente i creditori per bisogni della famiglia. Al riguardo, l’art. 170 c.c. dispone che l'esecuzione sui beni del fondo e sui frutti di essi non può aver luogo per debiti che il creditore conosceva essere stati contratti per scopi estranei ai bisogni della famiglia.
Secondo l'interpretazione consolidata della giurisprudenza, la locuzione “bisogni della famiglia” va intesa in senso ampio: essa comprende non soltanto i bisogni essenziali per la sopravvivenza del nucleo familiare (come, a titolo esemplificativo, le cure mediche, la formazione professionale o il suo perfezionamento), ma anche le esigenze volte al pieno mantenimento ed all'armonico sviluppo della famiglia, nonché al potenziamento della sua capacità lavorativa; restando escluse le sole esigenze voluttuarie o caratterizzate da intenti meramente speculativi (cfr. Cass. Civ. 7 gennaio 1984, n. 134; Cass. 18 settembre 2001, n. 11683. Per Cass. 7 luglio 2009, n. 15862; Cass., Sez. Unite, 12 ottobre 2009, n. 21658, l’espressione bisogni della famiglia è da intendersi non in senso meramente oggettivo, ma come comprensiva anche dei bisogni ritenuti tali dai coniugi in ragione dell’indirizzo familiare e del tenore prescelto, in conseguenza delle possibilità economiche familiari).
Per Trib. Taranto 5 dicembre 2014, n. 3688, nei bisogni familiari non rientrano solo i debiti contratti per esigenze di sopravvivenza del nucleo familiare, ma anche quelli sorti nell'esercizio della professione o dell'impresa da parte di uno dei coniugi. L'interpretazione corretta dell'art. 170 c.c. implica la ricerca del giusto equilibrio tra le esigenze del coniuge o dei coniugi che esercitano una professione o un'impresa e quelle contrapposte dei creditori: da un lato, salvaguardare la finalità del fondo patrimoniale, che è quella di scongiurare il rischio che eventuali vicende finanziarie negative legate all'attività economica di uno dei coniugi possano pregiudicare il perseguimento dei bisogni familiari; dall'altro, evitare che il regime di inespropriabilità dei beni del fondo possa automaticamente applicarsi per il solo fatto che si tratti di credito sorto nell'ambito di un'attività professionale o di impresa.

 

FONDO PATRIMONIALE E FALLIMENTO - L’atto di costituzione di un fondo patrimoniale configura un atto a titolo gratuito, pertanto suscettibile di revocatoria ai sensi dell’art. 64 l. fall., salvo che si dimostri l’esistenza in concreto di una situazione tale da integrare, nella sua oggettività, gli estremi del dovere morale ed il proposito del solvens di adempiere unicamente a quel dovere mediante l’atto in questione  (Cass. 12 dicembre 2014, n. 26223).
Ai sensi dell’art. 46, comma 1, n. 3, l. fall., non sono comunque compresi nel fallimento i beni costituiti nel fondo patrimoniale, salvo quanto disposto dal sopra citato art. 170 c.c., in quanto rappresentativi di un patrimonio separato destinato al soddisfacimento di specifici scopi che prevalgono sulla funzione di garanzia per la generalità dei creditori. A tal fine, i giudici di legittimità hanno osservato che "sarebbe scorretta l'operazione ermeneutica che dalla contemplazione di una disciplina dell'oggetto del fallimento che ne escluda i redditi dei beni costituiti in patrimonio (ora fondo) familiare, volesse trarre l'illazione che il legislatore ubi voluit dixit et ubi noluit tacuit, per ritenere circoscritta l'esclusione dal concorso ai frutti già prodotti dei beni e non anche ai beni stessi che sono destinati a produrre quei frutti che non si intendono sottrarre alla loro destinazione a far fronte ai bisogni della famiglia; giacché sarebbe assurdo far salvo il reddito consentendo tuttavia di disseccare la fonte di quel reddito, sottoponendo ad esecuzione i beni che lo producono" (Cass. 28 novembre 1990, n. 11449; Cass. 22 gennaio 2010, n. 1112).
Anche indipendentemente dalla disposizione dell'art. 46, l. fall., si deve, tuttavia, concludere che i beni del fondo patrimoniale non sono compresi nel fallimento dal momento che si tratta di beni che, pur appartenendo al fallito, rappresentano un patrimonio separato, destinato al soddisfacimento di specifici scopi che prevalgono sulla funzione di garanzia per la generalità dei creditori. I beni costituiti in fondo patrimoniale, infatti, pur dopo il soddisfacimento dei creditori per debiti contratti nell'interesse della famiglia, non perdono la loro specifica destinazione e non viene meno, rispetto ad essi, la deroga al principio di responsabilità ex art. 2740 c.c. In questo senso la disciplina dettata dal suddetto art. 170 c.c. rende appieno la volontà del legislatore, che non ha formulato alcuna eccezione in relazione al fallimento dei coniugi.

 

CONCLUSIONI - Tenendo in considerazione che, nel caso di specie, l’atto di costituzione del fondo patrimoniale, per il tempo trascorso, non è più soggetto né a revocatoria fallimentare, né a revocatoria ordinaria, risulta necessario verificare se il credito della banca inerente al mutuo ipotecario erogato per “acquisto e ristrutturazione altro immobile” possa essere riferibile esclusivamente all’attività di impresa o, al contrario, possa essere riconducibile ai “bisogni della famiglia”. Nel primo caso, infatti, non essendo possibile alcuna azione sul bene immobile concesso a garanzia ex art. 170 c.c., il credito residuo della banca dovrebbe essere ammesso al passivo fallimentare in via chirografaria. Nella seconda ipotesi (più verosimile dal tenore del quesito, laddove si precisa che nel contratto di mutuo non si fa riferimento alcuno all’attività d’impresa), invece, avendo l’operazione prospettata quale obiettivo quello di incrementare il patrimonio della famiglia e, quindi, di conseguire una ricchezza presumibilmente destinata ad incrementare il tenore familiare, la banca - anche alla luce della giurisprudenza sopra citata - potrebbe agire esecutivamente sugli immobili concessi in garanzia (costituenti il citato fondo patrimoniale). 

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