Quesiti Operativi

Insinuazione da parte del curatore al passivo di altro fallimento

Nel caso in cui il curatore di un fallimento abbia proposto domanda di insinuazione al passivo di altro fallimento e la stessa sia stata rigettata in sede di verifica, l'opposizione allo stato passivo che il predetto curatore intenda proporre deve essere sottoposta alla previa autorizzazione del Giudice Delegato, non operando l'esenzione prevista dall'art. 31, comma 2, l. fall.?

 

 

Nei giudizi di accertamento dei crediti, scaturiti da un’opposizione allo stato passivo proposta da un creditore escluso in sede di verifica (tempestiva o tardiva) del passivo, il curatore può stare in giudizio senza l’autorizzazione del GD, come è previsto dall’art. 31, comma 2, l.fall.

La ragione di ciò sta nel fatto che il curatore è parte fisiologica del giudizio di opposizione allo stato passivo, dovendo farsi portatore degli interessi della massa nei confronti del creditore concorsuale che ambisce a divenire concorrente.

La legge fallimentare attribuisce, quindi, allo stesso curatore la valutazione circa l’opportunità di costituirsi nel giudizio di opposizione, senza che occorra chiedere l’autorizzazione al GD, che è per così dire già immanente al sistema.

Viceversa, laddove il curatore sia parte attiva nell’insinuarsi al passivo di un diverso fallimento (attività per la quale non occorre autorizzazione, perché la stessa in prima battuta non dà luogo all’instaurazione di un giudizio) e la domanda sia stata rigettata, il successivo conseguente giudizio di opposizione allo stato passivo dovrà essere autorizzato dal GD, come una qualsiasi altra lite attiva, perché si tratta di instaurare un giudizio: dovranno essere valutare le ragioni tecniche del rigetto in sede di verifica, ed anche se vi siano chances di vittoria nel giudizio di opposizione al passivo.

In tal caso (lite attiva), ben diverso dal precedente (lite passiva), la partecipazione del curatore quale creditore al giudizio non è affatto né fisiologica, né immanente, ed egli dovrà pertanto compiere specifiche valutazioni, che sottoporrà al GD in sede di autorizzazione, per poter decidere se instaurare o meno l’opposizione al passivo.

 

La dottrina

L’autorizzazione del GD si esplica in ogni caso sul piano della legittimità, essendo diretta alla verifica di ragioni che potrebbero impedire al curatore di agire in giudizio, escluse valutazioni di inopportunità o convenienza, non essendo il merito della gestione devoluto alla cognizione del GD [cfr. MICHELOTTI F., in FERRO, La legge fallimentare, sub art. 31, Padova, Padova, 2014, 450].

A questa opinione, restrittiva circa i poteri del GD, può tuttavia obiettarsi che tra le valutazioni che egli dovrà compiere rientra senz’altro quella relativa all’eventuale temerarietà dell’azione, la quale attiene al merito della decisione, e che involge sicuramente profili di legittimità, inerenti la corretta gestione della procedura di fallimento, evitando sprechi di denaro della massa e nocive perdite di tempo, posto che il curatore non è libero di gestire il denaro della massa come gli pare, ma deve finalizzarlo per legge ad una gestione efficace ed efficiente.

 

La Giurisprudenza

La Cassazione, sia pure in epoca risalente, ha dato conferma della necessità dell’autorizzazione del GD per proporre l’opposizione al passivo: “Il provvedimento con cui il giudice delegato autorizza il curatore a proporre impugnazione - di natura amministrativa e ad efficacia integrativa di un potere già al curatore commesso - promana da una valutazione delibativa di convenienza ed opportunità, irrilevante per conclusioni di merito. (Nella specie, si intendeva argomentare presuntivamente dalla autorizzazione del giudice delegato del proprio fallimento all'impugnazione avverso lo stato passivo di altro fallimento, in ordine alla sussistenza del credito escluso ed alla fondatezza dell'opposizione)” (Cass. 17 giugno 1971 n. 1840).

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