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Anche il socio accomandante può fallire se ha compiuto atti di ingerenza nella gestione societaria

27 Novembre 2015 |

Cass. Civ.

Soci accomandatari e accomandanti nella s.a.s.

Se il socio accomandante compie atti di ingerenza nella gestione della società deve rispondere di fronte ai terzi, illimitatamente e solidalmente, per tutte le obbligazioni sociali, con conseguente sua esposizione al fallimento.

Il caso. A seguito della dichiarazione di fallimento di una s.a.s., il Tribunale di Pordenone dichiarava fallito in estensione anche il socio accomandante. Quest’ultimo propone ricorso in Cassazione contro la sentenza con cui la Corte d’Appello ha rigettato il suo reclamo.
Diversi i motivi al vaglio della Corte di legittimità.
Litisconsorzio necessario. In primo luogo, il ricorrente adduce la nullità della sentenza per violazione del litisconsorzio necessario, sostenendo che la causa avrebbe dovuto essere rimessa al giudice di primo grado, per aver constatato la Corte d’appello che alcuni litisconsorti necessari, in particolare i creditori instanti del fallimento e la socia accomandataria dichiarata fallita, non avevano partecipato al primo grado di giudizio.
I Giudici di legittimità ricordano sul punto che, “a seguito delle modifiche alla legge fallimentare introdotte con il d.lgs. n. 169/2007, i creditori che hanno proposto il ricorso di fallimento non sono litisconsorti necessari nel procedimento di fallimento in estensione previsto dagli artt. 15 e 147 l. fall. promosso ad istanza del curatore”. Tali creditori, continuano i Giudici, “sono litisconsorti necessari nel giudizio di reclamo alla sentenza dichiarativa di fallimento proposto dal socio illimitatamente responsabile, cui il fallimento sia stato successivamente esteso”.
Nel caso in esame, quindi, osserva la Corte, la doglianza non merita accoglimento in quanto i creditori instanti non hanno partecipato al primo grado di giudizio, ma sono intervenuti nel giudizio di reclamo alla sentenza di estensione del fallimento, dichiarando di accettare il procedimento allo stato in cui si trovava ed integrando, così, il contraddittorio nei loro confronti.
Così come non può essere considerato litisconsorte necessario, nel giudizio di dichiarazione di fallimento per estensione del socio accomandante, il fallimento della socia accomandataria. Infatti, ricordano i Giudici, l’art. 331 c.p.c. afferma che “il socio accomandatario dichiarato fallito non è parte necessaria nel procedimento per estensione del socio accomandante illimitatamente responsabile”.
Limite temporale annuale di fallibilità. Con altro motivo, il ricorrente lamenta la violazione del termine annuale di fallibilità, sostenendo che la dichiarazione di fallimento è intervenuta quando ormai era decorso più di un anno dalla dichiarazione di fallimento della società e, pertanto, non poteva più essere dichiarato il suo fallimento in estensione.
La Suprema Corte, nel ritenere infondata anche tale doglianza, ricorda che il termine annuale di fallibilità, ex art. 147 l. fall., non decorre dalla dichiarazione di fallimento, bensì dal momento in cui il socio occulto rende i creditori edotti, con idonee forme di pubblicità, dello scioglimento del suo rapporto sociale. Tale principio può essere fatto valere anche nel caso di specie, perché si tratta di socio illimitatamente responsabile che però assume la qualità di socio a responsabilità limitata ed è, dunque, paragonabile alla posizione del socio occulto.
A parere della Corte, quindi, correttamente nel giudizio di merito è stato rilevato che non era stato reso noto né pubblicizzato con adeguate forme alcun recesso del socio accomandante, volto ad attestare lo scioglimento del suo rapporto con la società fallita.
La non fallibilità del socio accomandante e la responsabilità illimitata. Non merita accoglimento neppure il motivo con cui il ricorrente sostiene la sua non fallibilità, in quanto socio accomandante, nonché l’omessa motivazione riguardo la scelta del giudice di merito di ritenere fallibile il socio accomandante, che per sua natura non è illimitatamente responsabile.
Per i Giudici di legittimità, al contrario, la Corte d’appello ha adeguatamente motivato la sua decisione sul punto. Infatti, il ricorrente, nonostante fosse socio accomandante, aveva compiuto atti di ingerenza nella gestione della società e, pertanto, deve rispondere di fronte ai terzi, illimitatamente e solidalmente, per tutte le obbligazioni sociali con conseguente sua esposizione al fallimento.
Per tutte le esposte ragioni, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso e condannato il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio.
 

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