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Anche le società in fallimento sono soggette alle sanzioni di cui al D. Lgs. 231/2001

19 Novembre 2012 |

Cass. Pen.

Responsabilità amministrativa degli enti ex d.lgs. 231/2001

Anche se sottoposta a procedura concorsuale, la società è soggetta alle sanzioni del Decreto 231/2001, per responsabilità amministrativa degli enti. Il fallimento, infatti, non è equiparabile alla morte del reo e non determina l’estinzione della sanzione. È il principio espresso dalla Corte di Cassazione nella sentenza n. 44824 depositata il 15 novembre.

Il caso. Una società in fallimento è imputata di alcuni illeciti amministrativi, sanzionati dal decreto 231/2001, in relazione ad alcuni reati commessi dal rappresentante della società, a vantaggio di quest’ultima. Il GUP dichiara, però, non luogo a procedere, ritenendo estinto l’illecito amministrativo per il sopravvenuto fallimento della società. Contro tale provvedimento propone ricorso per cassazione il PM.
Fallimento ed estinzione della società. Nelle motivazioni, la Cassazione ribadisce il principio, non controverso, per cui il fallimento non produce l’estinzione della società, essendo necessario, a questo scopo, un atto formale di cancellazione dal Registro delle imprese.
Fallimento e morte del reo. Siccome, però, la decisione del GUP non è fondata sulla estinzione della società, quanto piuttosto sull’affermazione che il fallimento sarebbe assimilabile alla morte del reo, e produrrebbe, quindi, i medesimi effetti di estinzione dei reati, la sentenza evidenzia la “sostanziale difformità” tra la morte del reo e il fallimento della società: caratteristica della morte di una persona fisica è la cessazione definitiva ed irreversibile di tutte le sue funzioni vitali. In caso di fallimento, invece, non vi è cessazione dell’ente, che come si è detto è subordinata alla cancellazione dal Registro, né il blocco di tutte le attività. Ma soprattutto, non si tratta di situazione definitiva ed irreversibile, essendo pur sempre possibile il ritorno in bonis della società. Per la Cassazione, la situazione di una società in fallimento è assimilabile, al più, a quella di un “malato grave, la cui morte è altamente probabile, ma non certa nel se e nel quando”.
La pretesa creditoria sopravvive. Tutto ciò porta a ritenere, insomma, che la sanzione amministrativa irrogata nel corso del fallimento legittimi la pretesa creditoria dello Stato al recupero dell’importo mediante insinuazione al passivo, tanto più che tale credito è assistito da privilegio. A nulla valgono le considerazioni e i dubbi in merito all’effettiva eseguibilità della sanzione da parte di una società destinata alla cessazione.
La sentenza del GUP viene, quindi, annullata con rinvio al Tribunale, che dovrà decidere la controversia sulla base del principio di diritto per cui “il fallimento della società non è equiparabile alla morte del reo e quindi non determina l’estinzione della sanzione amministrativa” ex D.lgs. 231/2001.

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