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Leasing risolto prima del fallimento dell’utilizzatore: va applicato analogicamente l’art. 1526 c.c. e non l’art. 72-quater l. fall.

16 Settembre 2022 |

Cass. civ.

Leasing

I Giudici della Prima sezione civile di Piazza Cavour, con l’ordinanza n. 27133/2022, conformandosi al recente orientamento delle Sezioni Unite, (SS.UU. 2061/2021), ribadiscono che in tema dileasing traslativo, nel caso in cui, dopo la risoluzione del contratto per inadempimento dell’utilizzatore, intervenga il fallimento di quest’ultimo, il concedente che, in applicazione dell’art. 1526 c.c., intenda far valere il credito risarcitorio derivante da una clausola penale stipulata in suo favore è tenuto a proporre apposita domanda di insinuazione al passivo, ex art. 93 l. fall., in seno alla quale dovrà indicare la somma ricavata dalla diversa allocazione del bene oggetto del contratto ovvero, in mancanza, allegare una stima attendibile del relativo valore di mercato all’attualità, onde consentire al giudice di apprezzare l’eventuale manifesta eccessività della penale, ai sensi e per gli effetti dell’art. 1526, comma 2, c.c.

Inoltre – proseguono i Giudici di legittimità - in tema di leasing finanziario, la disciplina di cui all’art. 1, commi 136-140, l. n. 124/2017 non ha effetti retroattivi, sì che il comma 138 si applica alla risoluzione i cui presupposti si siano verificati dopo l’entrata in vigore della legge stessa; per i contratti anteriormente risolti resta valida, invece, la distinzione tra leasing di godimento e leasing traslativo, con conseguente applicazione analogica, a quest’ultima figura, della disciplina dell’art. 1526, c.c., e ciò anche se la risoluzione sia stata seguita dal fallimento dell’utilizzatore, non potendosi applicare analogicamente l’art. 72-quater l. fall.

Il fatto -  Il Tribunale di Lamezia Terme ha accolto l’opposizione allo stato passivo del Fallimento Omega s.r.l. in liquidazione, proposto da Beta s.p.a. Leasing e Factoring con riguardo alla domanda di ammissione del credito di euro 928.769,42 (di cui euro 80.400,16 per canoni insoluti ed euro 848.369,40 per indennità di risoluzione) relativo al contratto di leasing di un capannone industriale (per un canone mensile di euro 9.326,49 fino all’ammontare di euro 1.491.200,53 ed un prezzo di opzione di euro 100.000,00), risolto in data anteriore al fallimento - presentata in uno alla domanda di restituzione dell’immobile - che il giudice delegato aveva respinto a fronte dell’eccezione della curatela di compensazione tra il credito dell’utilizzatore fallito per rimborso dei canoni versati e quello della concedente per l’equo indennizzo, ai sensi dell’art. 1526 c.c., dopo aver espletato c.t.u. sul giusto canone mensile per l’utilizzo dell’immobile (pari ad euro 3.800,00). Il Tribunale, ritenendo applicabile analogicamente non già l’art. 1526 c.c. (come ritenuto dal giudice delegato), bensì l’art. 72- quater, l.fall., ha ammesso l’intero credito, «oltre interessi di mora convenzionali, con riserva di deduzione di quanto ricavato dalla nuova allocazione del bene». La decisione è stata impugnata dal Fallimento Omega con ricorso affidato a cinque motivi, cui la Beta s.p.a. Leasing e Factoring ha resistito con controricorso. In particolare, con il primo motivo si deduce violazione e/o falsa applicazione dell’art.72-quater, l. fall., in relazione agli artt. 12 e 14 disp. prel. (sui limiti dell’interpretazione analogica) e all’art. 2741, comma 1, c.c. (sulla parità di trattamento dei creditori concorsuali). Invece, il secondo mezzo denuncia violazione e/o falsa applicazione degli artt. 1523 e 1526, c.c., nonché degli artt. 1362  c.c. e 12, comma 2, disp. prel., per non aver il tribunale applicato analogicamente al contratto di leasing traslativo per cui è causa, risolto prima del fallimento dell’utilizzatore, l’art. 1526 c.c.

I Giudici di legittimità dichiarano entrambi i motivi fondati chiarendo che la ratio dell’applicazione analogica dell’art. 1526 c.c., risiede nell’esigenza di «porre un limite al dispiegarsi dell’autonomia privata» nel caso di leasing traslativo (così come nella disciplina di origine), al fine di evitare l’ingiustificato arricchimento che sovente si verifica nella prassi commerciale in favore del concedente, il quale, sulla base di uno schema negoziale per lo più unilateralmente predisposto, ottiene sia la restituzione del bene, sia l’acquisizione delle rate riscosse, oltre all’eventuale risarcimento del danno, «ossia più di quanto avrebbe avuto diritto di ottenere per il caso di regolare adempimento del contratto da parte dell’utilizzatore stesso»; e ciò senza peraltro trascurare l’esigenza di fornire un’equilibrata tutela anche al concedente, attraverso la previsione dell’equo compenso e del risarcimento del danno, poiché, mediante il bilanciamento con l’istituto della riduzione della penale eccessiva, si è sempre avuta di mira l’equità contrattuale.  Il decreto del Tribunale di Lamezia Terme va quindi cassato.

Il discrimen tra leasing «di godimento» e leasing «traslativo» risiede nella previsione originaria, ad opera delle parti, di quello che sarà alla scadenza del contratto, il rapporto tra valore residuo del bene e prezzo di opzione: nel senso che mentre la previsione di un’apprezzabile eccedenza di valore può essere rivelatrice – sia pur solo in via sintomatica ed indiretta – della originaria volontà delle parti volta essenzialmente al trasferimento della proprietà del bene inizialmente concesso al godimento, l’opposta previsione può invece indurre alla individuazione di una volontà negoziale finalizzata alla sola concessione in godimento.

La disciplina di un contratto di locazione finanziaria con riferimento all’inadempimento dell’utilizzatore è diversa a seconda che le parti abbiano stipulato un leasing di godimento o un leasing traslativo; nel primo caso trova applicazione la regola di cui all’art. 1458  c.c., con la conseguenza che il concedente conserva il diritto a trattenere tutti i canoni percepiti, mentre nel secondo caso trova applicazione il meccanismo riequilibratore delle prestazioni previsto nell’art. 1526 c.c., per la vendita con riserva di proprietà, onde evitare indebite locupletazioni in capo al concedente, nel perseguimento di un equilibrato assetto delle posizioni contrattuali delle parti.

L’equo compenso contemplato dal primo comma dell’art. 1526 c.c., comprende la remunerazione del godimento del bene, il deprezzamento conseguente alla sua incommerciabilità come nuovo e il logoramento per l’uso, ma non include il risarcimento del danno spettante al concedente, che, pertanto, deve trovare specifica considerazione nella sua interezza, come danno emergente e lucro cessante, secondo il principio di indifferenza incarnato dall’art. 1223 c.c., in modo da porre il concedente medesimo nella stessa situazione in cui si sarebbe trovato se l’utilizzatore avesse esattamente adempiuto.

Sul piano risarcitorio, il secondo comma dell’art. 1526 c.c.  ammette la stipula di una clausola penale che preveda la corresponsione di un’indennità in misura pari ai canoni già pagati dall’utilizzatore (con conseguente venir meno del diritto alla restituzione prevista, di norma, dal primo comma), ma assegna in tal caso al giudice, conformemente all’art. 1284  c.c., il potere di ridurre ad equità – anche d’ufficio – la penale che risulti manifestamente eccessiva, ad esempio a causa del cumulo tra mantenimento dei canoni riscossi e della proprietà del bene (cosiddetta clausola di confisca), attraverso una valutazione comparativa tra il vantaggio che la penale assicura al contraente adempiente e il margine di guadagno che questi si riprometteva di trarre dalla regolare esecuzione del contratto.

In tema di leasing traslativo risolto anteriormente alla dichiarazione di fallimento dell’utilizzatore, il patto cosiddetto di deduzione - per mezzo del quale deve essere riconosciuto al concedente l’importo complessivo dovuto dall’utilizzatore, a titolo di ratei scaduti e a scadere nonché quale prezzo del riscatto del bene, maggiorato degli interessi moratori convenzionali, anche se decurtato del prezzo di riallocazione del bene oggetto del contratto - è nullo per contrarietà all’ordine pubblico economico ed, in particolare, alla previsione di cui all’art. 1526, c.c., applicabile in via analogica a tutti i casi di risoluzione anticipata del contratto, in quanto integra una previsione contrattuale tendente a eludere la disciplina legislativa stessa.

L’art. 72-quater l. fall., assegna invece al leasing una disciplina unitariacaratterizzata, da un lato, dal consolidamento nel patrimonio del concedente delle rate già pagate (con conseguente possibilità di dedurre, sia pure indirettamente, la esclusione della restituzione al curatore delle stesse rate incassate dal concedente) e, d’altro lato, dal diritto del concedente ad ottenere la restituzione del bene per realizzarne il valore. Lo stesso articolo prevede inoltre l’obbligo a carico del concedente di restituire al curatore l’eventuale differenza tra la maggiore somma ricavata dalla vendita o da altra collocazione del bene rispetto al credito residuo in linea capitale oppure, se la somma realizzata dalla vendita o altra collocazione del bene fosse inferiore al credito residuo, prevede il diritto di insinuarsi allo stato passivo per la differenza.

In definitiva, si ribadisce che, anche a seguito dell’introduzione nell’ordinamento dell’art. 72-quater, l. fall., che ha dettato un’unica disciplina per la locazione finanziaria, valevole sia per il leasing di godimento che per quello traslativo, non si può ritenere superata la tradizionale distinzione tra leasing di godimento e leasing traslativo e le differenti conseguenze che da essa derivano nell’ipotesi di risoluzione del contratto per inadempimento dell’utilizzatore. Sicché, in caso, appunto, di un contratto di leasing traslativo, risolto prima del fallimento dell’utilizzatore, va applicato analogicamente l’art. 1526 c.c., non l’art. 72-quater, l. fall.

 

 

 

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

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