Quesiti Operativi

Accordo di ristrutturazione e par condicio creditorum

Nell’accordo di ristrutturazione dei debiti (artt. 182-bis e 182-septies) è possibile non rispettare il principio di par condicio?

 

Gli accordi di ristrutturazione - L’accordo di ristrutturazione dei debiti (di seguito Adr) costituisce, come noto, uno strumento di risoluzione della crisi d’impresa.

Ai sensi dell’art. 182-bis, comma 1, l. fall., l’imprenditore in crisi può domandare l'omologazione di un Adr stipulato con tanti creditori che rappresentino almeno il sessanta per cento dei crediti, unitamente ad una relazione redatta da un professionista, designato dall’imprenditore medesimo, in possesso dei requisiti richiesti dall'articolo 67, terzo comma, lettera d), l. fall., sulla veridicità dei dati aziendali e sull’attuabilità dell’accordo stesso con particolare riferimento alla sua idoneità ad assicurare l’integrale pagamento dei creditori estranei entro centoventi giorni dall’omologazione, in caso di crediti già scaduti a quella data; o entro centoventi giorni dalla scadenza, invece, in caso di crediti non ancora scaduti alla data dell’omologazione.

L’istituto in esame è disciplinato altresì dall’art. 182-septies l. fall. (introdotto con il D.L. 27 giugno 2015, n. 83, convertito con modificazioni dalla L. 6 agosto 2015, n. 132), che prevede una forma speciale di Adr nell’ipotesi in cui l’imprenditore in crisi abbia debiti verso banche ed intermediari finanziari in misura non inferiore alla metà dell’indebitamento complessivo, fermi restando i diritti dei creditori diversi dagli anzidetti soggetti. In tale fattispecie, infatti, l’imprenditore in crisi può chiedere al tribunale che gli effetti dell’accordo vengano estesi anche ai creditori non aderenti che appartengano alla stessa categoria (banche e intermediari), nel caso in cui tutti i creditori della categoria stessa siano stati informati dell’avvio delle trattative e siano stati messi in condizione di parteciparvi in buona fede ed i crediti delle banche e degli intermediari finanziari aderenti rappresentino il settantacinque per cento dei crediti della categoria.

 

La soluzione - Si discute se gli Adr siano o meno da considerarsi una procedura concorsuale. Secondo l’opinione prevalente in dottrina e giurisprudenza, l’accordo di ristrutturazione dei debiti ex artt. 182-bis e 182-septies l fall. non dà luogo ad una procedura concorsuale, essendo destinato a produrre effetti esclusivamente sul piano negoziale. Nel quadro delineato dai predetti articoli, infatti, manca un provvedimento di apertura al quale facciano seguito progressivi adempimenti giudiziali, così come manca la nomina di organi di gestione o di controllo dell'impresa in crisi, la quale resta nelle mani dell'imprenditore (che, quindi, non subisce lo spossessamento, anche attenuato) sotto la sua esclusiva responsabilità.

Questi accordi, peraltro, non coinvolgono la massa dei creditori in quanto tali, ovvero non si riverberano erga omnes, ma restano limitati, in applicazione di principi di natura contrattuale, ai creditori aderenti, fatta eccezione per la previsione di un modesto termine generale di moratoria: in particolare, dal momento che l'accordo deve consentire il pagamento integrale dei creditori estranei entro un certo termine, la legge inibisce temporaneamente le azioni cautelari ed esecutive, sospende il decorso delle prescrizioni ed evita le decadenze che si sarebbero nel frattempo verificate (App. Firenze 7 aprile 2016).

Gli Adr non comportano, quindi, l'applicazione del principio di concorsualità sistematizzata tipico delle procedure concorsuali vere e proprie, con la conseguenza che i creditori non aderenti sono comunque liberi di aggredire ed escutere il patrimonio del debitore anche successivamente all'omologazione dell'accordo e le parti contraenti sono libere di prevedere trattamenti diversificati tra creditori di pari rango anche in assenza di omogeneità giuridica e di interessi economici. In tale ottica, l’accordo di ristrutturazione è stato considerato un istituto di natura esclusivamente privatistica che vincola, in applicazione di principi di natura contrattuale, soltanto i creditori aderenti e che, quindi, comporta la disapplicazione del principio di concorsualità e della par condicio creditorum come criterio da utilizzarsi per la soluzione del dissesto (così Trib. Bologna 17 novembre 2011).

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